—Non avrai mica invitato i figliuoli, spero?
—Non ci sarebbe stato nemmen posto a tavola. Pranzano da una zia… Quieta, Bebè, cosa fai?
Bebè, ch'era seduta sopra alcuni vecchi giornali sparsi sul pavimento, s'era levata una scarpina e una calza e guardava con grande ammirazione uno de' suoi piedini nudi. Anzi lo spettacolo pareva aver per lei una tale attrattiva che quando sua madre volle calzarla di nuovo ella protestò con tutte le sue forze.
—Per amor del cielo, mandala di là—disse Varedo che non aveva pazienza pei capricci infantili.
—Ora la porto io… Saluta il papà, Bebè… Buondì, papà, buondì… Via, Bebè, non esser cattiva il giorno della tua festa.
Ma Bebè non era punto compresa dalla solennità della giornata, e anzichè salutare il suo babbo strillava disperatamente, agitando le braccia e le gambe.
Entrò in buon punto la Lisa, la cameriera, con la posta della mattina; un fascio di lettere e di giornali. Dietro di lei un fattorino con due pacchi.
—Son per la signora—avvertì la Lisa.—E c'è anche qualche lettera per lei… Oh, Bebè…
—È pessima—dovette confessar Diana, mortificatissima. E la consegnò alla cameriera perchè la desse all'Irene.
—Via, via, presto—seguitava a dire il professore, mentre firmava la ricevuta dei pacchi sul libro del postino.