Accennò a Bebè di avvicinarsi, l'aiutò ad arrampicarsele sulle ginocchia, la coperse di baci.
Bebè, cullata in quel mare di gelatina, provava una sensazione gradevole, ricambiava le carezze, rideva, sprofondava le dita sottili nelle guance piene, nel collo carnoso della sofferente.
Siamo amiche noi, siamo vecchie amiche, non è vero, Bebè?—diceva la signora.—Come mi chiamo?
— Signoa Aia —rispose l'interrogata.
—Cara, cara, cara!
Il signor Giacinto e la signora Amalia discorrevano con Diana del più e del meno; lui di politica, della Camera, del Ministero, dell'impiego, del bisogno che il paese aveva d'uomini nuovi, come sarebbe stato per esempio l'onorevole Varedo; lei della casa, dei figliuoli, del movimento che c'era a Roma all'avvicinarsi della Pasqua, della difficoltà di trovar buone persone di servizio, eccetera, eccetera.
Diana fece girar lo scatolone dei dolci di Torino, e invitò la signora Amalia a prenderne senza cerimonie per sè e pei figliuoli.
Di lì a un quarto d'ora il signor Giacinto si alzò. Non poteva trattenersi, pur troppo, in causa della pedanteria dei superiori che l'avevano già messo in mala vista di Sua Eccellenza, perchè qualche giorno marinava l'ufficio… Grazie a Dio che Sua Eccellenza aveva i minuti contati.
Intanto la signora Amalia s'era alzata in piedi pur essa, e la signora Daria aveva deposto Bebè per terra e pareva accingersi a seguir l'esempio de' suoi tutori.
—Loro poi non devono aver questa fretta—disse Diana alle due sorelle.—Non vanno mica all'ufficio, loro…