Dal Piazzale del Pincio si dominava la città nuotante in un mare di luce; la cupola di San Pietro spiccava grigia tra i vapori del tramonto; il sole cinto da nuvole d'oro calava lento su Monte Mario. Di nuovo Diana fece fermar la carrozza, di nuovo le grandi visioni e i grandi pensieri si affollarono dinanzi ai suoi occhi e nella sua mente. Nel suo entusiasmo comunicativo, ella insisteva perchè gli altri ammirassero almeno la splendida veduta.

—Ma guarda. Bebè… Ma guardi, signora Daria… Anche tu, Irene… Guarda com'è bello!

La signora Daria assentiva per deferenza, l'Irene per soggezione; ma per loro era spettacolo assai più piacevole quello delle carrozze che di corsa lasciavano il Pincio, quali scendendo verso Piazza del Popolo, quali avviandosi per la Trinità dei Monti.

Bebè seguitava a cercar la regina e ogni momento, o sul serio, o per celia, credeva d'averla trovata.— La egina!

Il sole disparve; le rosee nuvolette si scolorarono come bragie spente, un brivido passò per l'aria, un tenue sussurro si levò dagli alberi tentennanti il capo in cenno di saluto, quasi dicessero addio al giorno che moriva.

—La mantellina di Bebè—gridò Diana scotendosi di soprassalto.—Anche lei, signora Daria, si copra bene.

—Eh, son già avviluppata nello scialle come una mummia d'Egitto—replicò la sofferente.

—Sono responsabile verso sua sorella e suo cognato—soggiunse Diana.

La signora Daria ebbe un sorriso enigmatico, a significare che non eran quelli i maggiori pericoli che i suoi cari congiunti volevano stornare da lei.

—A casa per la più corta—ordinò la Varedo.