I Feana uscirono sul pianerottolo per scambiar gli ultimi saluti coi Varedo che stavan per partire.
—Ma è una fuga—disse il signor Giacinto.
—Si figuri ch'è proprio una fuga—assentì l'onorevole.—Diana s'è cacciata in capo l'idea che Bebè non possa rimettersi se non a Torino, e tant'è, la riaccompagno a Torino.
Diana con gli occhi fissi sulla sua bambina che era in collo all'Irene beveva avidamente le parole incoraggianti della signora Amalia e della sorella.
—Non è vero che abbia l'aria così patita… Oh Dio, ha avuto tre o quattro febbri piuttosto forti, ed è naturale che sia rimasta un po' fiacca… Ma vedrà come rifiorisce presto.
—Cara… e sorride anche—diceva la sofferente.—Chi sono io?… Non ti ricordi della signora Aia?
Certo che Bebè se ne ricordava, ma i suoi trasporti per la signora Aia erano molto diminuiti. Non lei aveva visto al suo letto durante la breve malattia, bensì Miss Olivia che con la mano le faceva le ombre sul muro, che le raccontava tante belle storie, che le cullava i sonni con una sua dolce canzone. Bebè ignorava quanto la signora Aia, poveretta, si fosse crucciata di non poter venire ad assisterla, impeditane dai parenti i quali temevano ch'ella si incontrasse col pericoloso Zonnini.
Comunque sia, la bimba girava inquieta lo sguardo in cerca di Miss Olivia e finì col balbettare il nome della sua nuova amica.
—La troveremo alla stazione Miss Olivia—disse la madre.—È là che ci aspetta.
Gli addii s'intrecciavano.