—Non saremo noi che raccoglieremo l'eredità—diceva Vinciliati.—Sarete voi altri. E vi combatteremo. Ma almeno avremo da fare con avversari rispettabili.

—E credete pure che su molti punti potremo intenderci—soggiunse Varedo.

Vinciliati assentì.—L'essenziale è di disinfettar l'aria.

—Ah—pensava Diana silenziosa nel suo cantuccio.—Eccoli da capo con le loro disinfezioni.

Ella non aveva fede nei ventilatori. Aveva capito che, in politica, disinfettar l'aria significa soltanto cacciare dal Governo quelli che ci sono e prenderne il posto.

L'inquietudine di Bebè cresceva col procedere della giornata. A volte, ritta dietro il finestrino chiuso, mentre l'Irene la reggeva con un braccio e con la mano libera tamburinava i vetri, ella pareva distrarsi a guardar la campagna; ma si stancava subito e voleva andar in collo alla mamma, star seduta, o distesa; o diceva che aveva fame, e poi, disgustata, gettava via qualunque cosa le dessero, e ripigliava quel suo piagnucolìo di bimba sofferente che metteva tanta angoscia in cuore di Diana.

—Via, Bebè, sii buona… Sai che il papà va in collera. Lo vedi, il papà sta discorrendo con quel signore.

Così, in tuono dolce, carezzevole, Diana ammoniva la bimba.

Ed ella, la piccina, quasi per trovar la forza di ubbidire, balbettava:— Papà citto.—Ma la volontà non aveva presa sulla fibra svigorita, ed ella tornava a piangere e a lamentarsi senza sapere il perchè. Oh lacrime di bambini gracili, malati, in cui sembra ci sia come un presentimento di morte!

A Genova Vinciliati discese e il resto del viaggio si compì in un silenzio triste.