Era notte e Bebè s'era riassopita. Anche Alberto aveva rinchiuso gli occhi, anche l'Irene lasciava ricader la testa sonnolenta sul petto. Solo Diana vegliava, cercando invano di frenare la sua agitazione. Le sue dita sottili si affondavano nervosamente nel velluto del sedile; i suoi piccoli piedi battevano sul tappeto con ritmo affrettato; il suo sguardo ora si posava su Bebè, ora interrogava l'orologio, o, di là dai cristalli, scrutava le tenebre per indovinar da qualche segnale a che punto della strada si fosse.

Quando un lungo fischio annunziò che si era in prossimità di Torino, ella trasse un gran respiro di soddisfazione.—Finalmente.

Varedo si scosse, raccolse la roba, abbassò uno dei vetri, cacciò la testa fuori dello sportello.

Il treno entrava, rumoreggiando, sotto la tettoia.

—Facchino! Facchino!… Oh, c'è Bardelli!…

—Gli avevi scritto?

—Tre giorni fa, senza precisargli nulla circa al nostro arrivo… L'avevo informato dell'esito del concorso.

—Povero Bardelli!—esclamò Diana.—Vedersi posposto a Quinzani!

—A ogni modo, ha avuto l'eleggibilità… Zitto… Eccolo qui…

—Oh, buona sera!—diceva l'ex-assistente.—Hanno fatto buon viaggio?… E come sta Bebè?… Dia la valigia, gli ombrelli…