—Via, non si crucci—diceva il dottore.—Roma è una città sanissima.
—Sì, ma se non ci si andava, Bebè non prendeva le febbri.
—Chi lo assicura?… Un'infezione si può prender da per tutto… Basta una mala disposizione del momento… Vedrà che ci tornerà a Roma, che ci si troverà bene con la bambina… quando suo marito sarà ministro… o giù di lì.
Ormai nessuno più dubitava della rapida carriera politica di Alberto Varedo.
Ma Diana si stringeva nelle spalle. Ben altro ella pensava. Quando, come, Bebè aveva assorbito il veleno ch'ella non riusciva ancora a eliminare dal sangue? Era stato quel giorno, al Pincio, allorchè, sparito il sole, la temperatura s'era abbassata d'improvviso? O il germe fatale era già penetrato prima nell'organismo, al Colosseo, al Palatino, al Foro Romano, in una di quelle passeggiate artistiche ove Diana aveva l'imprudenza di portar seco la bimba; in una di quelle lunghe soste presso al cavalletto di Miss Olivia che deponeva i pennelli per lanciare i suoi paradossi, mentre Bebè era lasciata all'Irene?
Così alle angustie per lo stato della figliuola, si mesceva nell'animo di Diana il rimorso della propria trascuratezza, si mesceva un po' di malanimo verso Miss Harrison, pur tanto servizievole e buona, che le aveva empito il capo delle sue fisime e aveva svegliato in lei rivolte sopite e ambizioni latenti.
Non che Bebè peggiorasse; anzi, sulle prime, era parso che il ritorno a Torino avesse giovato al suo umore. Andava volentieri la mattina al Valentino, faceva oneste accoglienze a Bardelli, e poichè i baffi cominciavano a spuntargli adesso, a ventisett'anni, ella, ammirata della novità, si divertiva a tirarglieli. Ma non ricuperava l'appetito, non rimetteva nè sangue, nè muscoli; era sempre trasparente come un alabastro, esile come un giunco. Di tratto in tratto, verso sera, il suo visino pallido s'imperlava di sudore, un brivido passeggero le correva per le membra, seguito da una grande stanchezza, da un sonno pesante che, anzichè ristorarla, la lasciava più abbattuta di prima. Giraldi che veniva spesso a vederla in quell'ora, diceva ch'era un resto di febbre malarica da vincersi col tempo e colla pazienza senza abusar dei rimedi.
Varedo si trattenne a Torino, occupatissimo, per oltre quindici giorni. L'Università, già sua cura assidua e sollecita, non gli dava molestia, tanto più che duravano ancora le vacanze di Pasqua; ma aveva da sbrigare una corrispondenza voluminosa, da assistere a un'infinità di sedute, da ricevere, sia pur licenziandoli con buone parole, un nugolo di seccatori, che, subodorando in lui il futuro sottosegretario di Stato, provavano il bisogno di metterlo a parte delle loro idee e di manifestargli i loro desideri.
Appena qualche ora di notte egli poteva consacrare a quel secondo volume della sua opera sul Dovere, ch'era di ben maggiore difficoltà e maggior importanza del primo. Imperocchè, appunto in questo secondo volume, conveniva integrare con un lavoro di ricostruzione il lavoro critico precedente, e i giudici arcigni aspettavano al varco l'autore, presentendo, non forse a torto, che l'originalità non fosse in lui pari all'erudizione.
E anch'egli aveva i suoi scoramenti, i suoi dubbi, anch'egli si crucciava per questo libro, che gli editori chiedevano con insistenza e che non gli usciva di getto. Certo erano i continui sopraccapi della vita pubblica che gli offuscavano la limpidezza del pensiero scientifico, ed egli principiava a domandare a sè stesso se le due cose potessero andare di conserva, e se l'uomo politico non recasse danno allo studioso. Ma egli sentiva ormai che, messo alle strette, avrebbe accondisceso a rinunziar piuttosto alla scienza che alla politica; anzi quando più sfiduciato egli lasciava cader la penna sulle pagine del suo libro, si confortava dicendo ch'era nato per l'azione, e che solo in questo campo avrebbe potuto applicar le sue idee e svolgere ampiamente le sue facoltà. Le grandi ambizioni sono come i grandi incendi; si alimentano di ciò che dovrebbe soffocarle.