Coricandosi verso l'alba, Varedo trovava spesso sua moglie svegliata, con l'orecchio intento al respiro di Bebè.
—Dio mio! Come vai a letto tardi!—ella esclamava.—Troppo, troppo lavori.
Poi parlava della bimba che la teneva sempre con l'animo sospeso. O aveva chiesto da bere due volte, o s'era lamentata nel sonno, o aveva una temperatura più alta della normale.
—Quel benedetto termometro!—borbottava Varedo.—Bisognerebbe sequestrarlo e sequestrarti, per un paio di mesi, anche la bambina, che guarirebbe più presto se non si fosse eternamente lì a palpeggiarla, a guardarla, a contarle le pulsazioni.
Diana sbarrava gli occhi inorridita, ma non aveva il coraggio d'iniziar discussioni con suo marito, a quell'ora, mentr'egli era così stanco e aveva tanta necessità di riposo. Ed egli, spogliatosi in fretta, si cacciava sotto le coperte, e vinto dalla fatica si addormentava nel letto gelido, senza baci, senza carezze. La mattina, per solito, ella era in piedi prima di lui, e fino all'ora di desinare lo vedeva appena qualche minuto, di volo, perchè s'egli non era fuori di casa (e la colazione la faceva sempre fuori) era chiuso nel suo studio, a scrivere, o a dare udienza.
—Papà citto —diceva Bebè, portandosi il dito alla bocca, quando passava accanto all'uscio dello studio. Diana non la sgridava più per quel suo intercalare, non la sgridava più per nessuna ragione. Ogni lacrima che colava sulle guance smunte della piccina era come una goccia d'olio bollente che cadesse sul cuore della madre.
Intanto la Camera stava per riaprirsi, i telegrammi all'onorevole fioccavano, e Varedo si preparava a rimettersi in viaggio.
Bench'egli stesse così poco con lei, ora Diana si sgomentava di questa partenza. Non avrebbe egli potuto aspettar qualche giorno fin che l'avesse vista più tranquilla sul conto di Bebè? Non aveva pietà della sua solitudine?
Ma ella non voleva infastidirlo con le sue querimonie; se certe cose egli non le capiva da sè, perchè umiliarsi a ripetergliele? Oh, ella sapeva bene ciò che Alberto avrebbe risposto. Ch'era per lui un dovere imprescindibile d'essere a Roma, che Bebè non aveva nulla di grave, che, al bisogno, un telegramma si manda presto, che, durante la sua assenza, dipendeva da lei il non esser sola pur che avesse approfittato delle relazioni, già numerose, che aveva a Torino e che, dal prefetto in giù, sarebbero state pronte a mettersi a sua disposizione. E in ogni caso, non c'era sempre quel buon diavolo di Bardelli, nato a posta per far servigi?
Povero Bardelli! Sicuro che c'era, pieno del solito zelo, della solita abnegazione; pieno di fede nelle promesse di Varedo che non si adempivano mai.