Ed egli si contentò di posar la mano sulla spalla di Diana e di dirle:—Tu sragioni oggi… Sei più ammalata di Bebè.

—Magari!—ella replicò con esaltazione crescente.—Magari fossi ammalata! Magari morissi! Che liberazione sarebbe per te se morissimo tutt'e due insieme, la bimba ed io!… Hai commesso un grande sbaglio sposandomi, povero Alberto!… E così si correggerebbe tutto…

Adesso, rapida, succedeva in lei la reazione, e la sua voce, e il suo accento si raddolcivano, e i suoi occhi si gonfiavano di lacrime.

—Parlo senza rancore… Tu staresti meglio solo…. Ma son discorsi vani… Non muoio io, no, pur troppo… E voglia Iddio ch'io non sia invece destinata!…

Non finì la frase, rabbrividendo. Si nascose la faccia tra le palme, e balbettò:—Oh Alberto, ho paura… Ho dei tristi presentimenti… Faccio sogni orribili… Oh la nostra bimba… il nostro caro angioletto…

E lasciando cader la testa sul petto, ruppe in singhiozzi.

Ad Alberto corse un freddo per l'ossa. Benchè egli vedesse Bebè così lenta a riaversi dopo la sua malattia di Roma, non gli era mai venuta l'idea di perderla, e benchè in mezzo a tante cure e preoccupazioni egli non avesse avuto agio di coltivare il sentimento della paternità, ora, per la prima volta forse, alle frasi sconnesse di Diana, egli comprese per quali intime fibre i figliuoli siano legati alla nostra esistenza.

—Oh Diana!—egli esclamò.—Non pensarle nemmeno queste cose. Bebè non è in pericolo. Il dottore non lo ha mai detto.

Ella piangeva, piangeva senza rispondere.

Ma in seguito all'insistenza di suo marito, ella accennò negativamente col capo.