—Non viene oggi Bardelli—interruppe precipitosamente Diana, imporporandosi in viso.—Vai tu allora… Va e torna… Ecco il danaro…

—E ce la darà lei la pappa a Bebè?

—Ce la darò io… Va, va.

Seduta sopra un tappeto, con un simulacro di bambola (erano i miseri avanzi della bambola che lo zio Gustavo le aveva spedita a Roma pel suo dì natalizio) Bebè si era mantenuta tranquilla, assorta nella grave occupazione di strappar gli ultimi quattro capelli all'infelice pupattola. Ridotta ch'ebbe costei nello stato di assoluta calvizie, la prese uno de' suoi accessi d'inquietudine accorata, e voleva l'Irene e voleva Bardelli, e piangeva, piangeva di quel pianto irrefrenabile ch'è proprio dei bambini gracili e malaticci.

—Oh, Signore, Signore, non vedrò più la mia Bebè d'una volta?—esclamava Diana dopo aver tentato inutilmente con celie, con fiabe, con baci e sorrisi e carezze di rasserenare quella piccola fronte.

Nella notte insonne che seguì la tempestosa giornata Diana non riuscì a staccar la mente dall'Adelaide Nocera.—«Domani ci sono i funerali»—le aveva scritto sua madre, e Diana evocava con la fantasia la chiesa affollata, le armonie solenni dell'organo, il fumo degli incensi, la luce gialla dei ceri, la bara coperta di fiori… Ma ormai la chiesa era deserta, e muto l'organo, e spenti i ceri, e dissipati gli incensi… Ormai l'Adelaide era sepolta, forse, amara ironia, accanto al marito ch'ella non aveva potuto soffrire, e le ghirlande appassivano sul tumulo recente nella triste isola di San Michele.

Del resto, non era ella stata felice? Non aveva attraversato la vita come in una striscia di sole, nel calore degli sguardi accesi ed intenti, nella musica delle parole dolci ed appassionate? Non aveva conservato oltre i limiti ordinari del tempo il bene supremo della giovinezza? Non aveva avuto al suo capezzale fino all'ultimo l'uomo nobile, integro che l'aveva tanto amata, che l'amava tanto?… Perchè dunque commiserarla? Che poteva ella sperare di più vivendo altri dieci, altri venti, o trent'anni?… Le gioie d'un esistenza casalinga, d'un tramonto placido e sereno?… Ma s'ella non era nata per gustar quelle gioie, per apprezzar la quiete di quel tramonto? Se avesse ripreso le sue abitudini leggere, se a dispetto dell'età avesse voluto essere ancora una donna galante, se avesse reso ridicola sè stessa, ridicolo il nuovo marito?… Ah in tal caso meglio per lei, meglio per lo zio Gustavo che fosse morta!

Vani discorsi! Intanto lo zio spargeva sulla tomba dell'Adelaide Nocera assai più lacrime di quelle che non avrebbe sparse Alberto sulla moglie e sulla figliuola se le avesse perdute entrambe in un giorno. O che Alberto si curava di loro, laggiù alla capitale, in mezzo agli intrighi parlamentari, in mezzo ai preparativi della grande battaglia per rovesciare il Ministero abborrito?

Ricondotta insensibilmente a meditar sulle proprie miserie, Diana tornava col pensiero alla dichiarazione di Bardelli, allo strappo irreparabile che n'era seguito, al vuoto che la mancanza di quell'amico fedele lasciava nella casa. E le spuntava una strana domanda sul labbro:—Come si sarebbe regolata in una contingenza simile l'Adelaide Nocera?

XIX.