—Legga ad alta voce, signora Diana… se non le dispiace—supplicò la Bardelli.—Io non posso… non posso vederci…
Bella invero e toccante, nella sua semplicità, era la lettera di Girolamo.—«Fin che ho creduto d'esser utile—egli scriveva—ho lavorato serenamente, ho serenamente vissuto con voi e per voi. Ora la mia testa è confusa, ora dubito, vivendo, di far più male che bene. Forse Paolo ha ragione, forse io ho usurpato diritti che non avevo, e sarebbe stato meglio per tutti di far delle divisioni nette sin dal principio. A ogni modo vi giuro, e tu, Eugenio, puoi assicurarne la mamma e il fratello, che alla resa dei conti e alle divisioni mi sarei prestato anche adesso se non ci fosse stato di mezzo quel calice che per sè solo rappresenta due terzi del nostro piccolo patrimonio e di cui per conseguenza bisognava privarsi. Non sapevo adattarmi all'idea che quel prezioso oggetto d'arte, quel gioiello del nostro Rinascimento, andasse in mano d'estranei, fuori d'Italia ove vanno tante cose nostre… Regalarlo al Museo era una pazzia, lo capisco… oltre che io non potevo regalare ciò che non apparteneva a me solo… e non dò colpa a Paolo s'è ricorso alle vie legali per impedirmelo… Ma a Paolo e a te, Eugenio mio, raccomando di tentare almeno che il compratore, se pur non vuol essere il Governo o uno dei nostri Musei, sia un Italiano. Ce ne sono ancora dei ricchi in Italia, i quali non dovrebbero permettere questa continua spogliazione del loro paese.
«Non lascio un centesimo di debiti. Nella cassaforte troverete 450 lire in biglietti di banca, un libretto della Cassa di risparmio con 1148 lire, e una cartella di duecento lire di Rendita. I pochi crediti sono registrati in un quaderno che c'è nella scrivania. Un altro libro, chiuso nella scrivania anch'esso, contiene l'inventario fatto in Gennaio. Le variazioni avvenute poi le desumerete dallo sfogliazzo che vi mostrerà Giovanni, il mio lavorante anziano.
«Di lui potete fidarvi come di me stesso. E con lui non vi sarà difficile intendervi per l'andamento della bottega. È buono, bravo, onesto allo scrupolo, vi farà patti convenienti.
«E ora un abbraccio a tutti. A te cara mamma, che mi perdonerai d'abbandonarti nella tua vecchiaia, a te, Eugenio mio, che diventi il capo della casa e che spero avrai presto la cattedra di Università che ti meriti; e anche a te, Paolo, a cui non serbo rancore, a cui auguro gloria e fortuna.
«Addio, addio, e rammentate con affetto e con indulgenza,
Il vostro GIROLAMO».
Due volte Diana, profondamente commossa, aveva dovuto interrompere la lettura di questa lettera; due volte le preghiere insistenti della Bardelli l'avevano costretta a riprenderla.
Quando la sua voce malferma si fu spenta sulle ultime righe, la signora Marianna ebbe un nuovo accesso di disperazione. E fra pianti e singhiozzi incolpava sè del suicidio del figliuolo… Lei, lei era stata la vera causa, non Paolo che aveva ceduto ai cattivi consigli, ch'era esacerbato dalle ingiustizie del mondo e aveva la grande scusa del bisogno… Lei, lei che era la madre, che avrebbe avuto l'obbligo di ricordare i sacrifizi fatti da Girolamo per la famiglia, la sua bontà da bambino in su, la sua delicatezza, la sua pazienza infinita… Non una parola acerba mai, nemmeno se lo si rimproverava a torto; non un'osservazione amara, neppure durante la dolorosa questione nella quale ella gli si era messa risolutamente contro… Solo ieri, dopo una breve disputa in cui ella non aveva saputo tenere in freno quella sua maledetta lingua, egli, carezzandola, le aveva detto con dolcezza:—No, mamma, tu non dovresti parlarmi in questo modo.—Così si erano separati. Ella non lo aveva più visto… ella non lo rivedrebbe più… neanche morto… perchè lo avevano trasportato all'Ospedale e a lei non permettevano di andarci… C'era Paolo a levar la maschera… per scolpir poi il busto… Ecco quello che le sarebbe rimasto del suo Girolamo!…
Diana si strappò a fatica a quella scena straziante promettendo di tornar presto.