Varedo fece un segno d'adesione, ma il suo pensiero era altrove.

—E dire che tutta quanta la colpa è di questo sciagurato Ministero il quale non ha mai avuto un lampo d'ingegno, non ha avuto altro che una qualità (se si può chiamarla tale), quella di saper menare il can per l'aia.

—È vero—rispose San Giustino che non intendeva bene.—Ma, scusate, la colpa di che?

—La colpa del bivio terribile in cui mi trovo—ripigliò Alberto con impeto.—Non siamo qui da più di due settimane? Non si doveva spicciarci subito?… Oh sì, il Ministero è riuscito a guadagnare ancora otto o dieci giorni… Con che frutto poi? che la caduta è forse meno sicura? Solo che invece d'esserne fuori, si è proprio oggi al momento critico, e io sono in questa bella situazione: che, se resto, manco ai miei obblighi verso la famiglia, se parto, manco a quello verso me stesso, verso i principî, verso le idee che sostengo, che desidero di far trionfare.

Era buio, e San Giustino, scettico amabile, poteva liberamente sorridere. Più che della ingenua sfuriata contro il Ministero temporeggiatore egli sorrideva di quell'allusione superba di Varedo alle idee da far trionfare. O che si va al potere per questo?

—Partendo domani sera voi concilierete ogni cosa—egli disse.—Del rimanente, a dispetto del Ministero, voi avreste fatto il vostro discorso e la Camera avrebbe già dato il suo voto, se, al solito, non si fossero avuti troppi oratori… Anche dalla nostra parte, Dio buono, quanta eloquenza!… Quanti aspiranti a un portafoglio o a un sottosegretariato!… Come contentarli tutti?… E gli scontenti non tarderanno a diventare avversari.

—È ignobile.

—Non lo nego… E non nego che vi saranno eccezioni… Voi, per esempio, non ne dubito… Però, siate sincero, o che non mi serbereste rancore se dessi a Zonnini o a un altro il posto che ho promesso a voi?…

Varedo si voltò bruscamente.—Scusate… Questo non c'entra… Qui c'è una promessa.

—Lo so, e volevo scherzare.