San Giustino non aveva parlato a caso. Il miglior modo di trattenere Varedo era quello di ricordargli che fra i suoi cari amici ce n'era più d'uno pronto a levargli la polpetta di bocca.

All'Ufficio di Borgo Nuovo, Alberto Varedo spedì un lungo telegramma a sua moglie. Diceva che il dispaccio di lei non gli era giunto in tempo da permettergli di prender il diretto di quella sera, che i colleghi lo scongiuravano di assistere alla importantissima seduta di domani alla Camera e di svolgervi il suo ordine del giorno, che sarebbe partito domani sera al più tardi. In ogni modo si sarebbe regolato sulle ulteriori notizie che pregava di fargli aver subito e che sperava migliori.

—Va bene così?—egli chiese a San Giustino mostrandogli la minuta.

—Benissimo. E fatevi animo. Il diavolo non sarà tanto brutto come pare.

Poich'erano in via e non avevano voglia nè l'uno nè l'altro di rincasare, si spinsero fino a San Pietro, discorrendo animatamente di politica, facendo il computo dei voti pei quali il Ministero sarebbe stato battuto, almanaccando sulla maggiore o minor probabilità di risolver presto la crisi. Sicuro di ricever l'incarico dal Sovrano, San Giustino aveva già il suo bravo Gabinetto in pectore, ma egli era troppo pratico dell'ambiente parlamentare da non temer gli ostacoli, le sorprese, le insidie dell'ultima ora.

La vasta piazza era quasi deserta; pochi fiacres immobili erano allineati a destra e a sinistra lungo il colonnato del Bernini; nel gran silenzio s'udiva solo la voce liquida, monotona, delle due fontane i cui zampilli ricadendo a terra spargevano intorno come un pulviscolo acqueo.

—Si sta più freschi qui—disse San Giustino fermandosi tra l'obelisco e una delle fontane.

Alberto Varedo levò gli occhi verso il Vaticano.

—Ecco la forza.

Di San Giustino lo guardò.—Siete un convertito?