—Non mi fraintendete… La forza d'inerzia, una delle più formidabili che ci siano. Aver dietro di sè una tradizione di diciotto secoli; per diciotto secoli aver bandito gli stessi dogmi, aver ripetuto, con poche varianti, le stesse parole, aver detto audacemente alle generazioni che si succedono:—Noi siamo la salute, noi siamo la luce, ecco la potenza vittoriosa, inespugnabile della Chiesa…. Anche una menzogna ribadita per diciotto secoli diventa, agli occhi di molti, una verità… Noi, che militiamo nell'altro campo, siamo più leali e sinceri negando l'esistenza d'una verità assoluta, immutabile, sostenendo il principio dell'evoluzione; ma le nostre schiere si sgretolano, ma non avremo mai intorno a noi un esercito compatto, disciplinato come quello che ci sta di fronte.

—Credete dunque che la Chiesa finirà col vincere?

—Ah no. Non vincerà nessuno… Noi non costruiremo nulla di solido, di durevole, ma non saremo vinti per questo. Nè noi, nè loro. Nessuna tendenza dello spirito umano può esser vinta. Non quella che porta verso la fede e s'appaga d'una certezza comunque ottenuta, non quella che ricerca e che dubita e si gloria delle sue affannose inquietudini. Sarà una lotta lunga quanto il mondo.

—Caro Varedo—interruppe San Giustino tra serio e scherzoso,—voi parlate d'oro ma vi raccomando di non dir queste cose domani alla Camera. Fareste arricciare il naso a più di qualcheduno… in tutti e due i campi. E non dimenticate che il nostro dovrebb'essere un Ministero conciliativo.

—La politica a base di puntigli e dispetti, le guerricciuole meschine non piacciono neppure a me—replicò Alberto Varedo.—E poi non giova esasperare i nemici che non si possono spegnere.

Chiacchierando così, ritornarono sui loro passi. Di San Giustino accompagnò Varedo fino all'albergo di Santa Chiara.

—Procurate di riposar qualche ora—gli disse nel prender commiato—e ricordatevi che per domani facciamo assegnamento sopra di voi… No, non voglio fermarmi sull'ipotesi che siate costretto a partir domattina… E, in qualunque caso, badate di non partire senza che ci siamo rivisti… Non abbiate riguardi, potete passar da me alle sei, alle cinque, quando vi piace… Se non vi vedo prima delle sette e mezzo è buon segno, e ci troveremo più tardi a Montecitorio.

Alberto Varedo andò a letto ma non dormì. Per quanti sofismi egli accumulasse, la sua coscienza non era tranquilla. Il suo posto non era a Roma, non era in Parlamento, era a Torino presso sua moglie, presso la sua piccola Bebè. Da oltre a due settimane egli l'aveva lasciata pallida, malaticcia, simile a una pianta che intristisce miseramente, e dopo d'allora non era stata mai bene, nè mai egli aveva ricevuto da Diana o dalla signora Valeria una lettera che gli concedesse d'aprir l'animo a liete speranze. E più d'una volta l'intonazione di quelle lettere gli era parsa amara, più d'una volta egli vi aveva trovato un'allusione alla sciagurata politica che lo teneva lontano; non lo si richiamava però, si era rassegnati a vederlo rimanere a Roma sino al termine della battaglia parlamentare… Che cosa era accaduto nella giornata di ieri, da un momento all'altro? Che cosa aveva indotto Diana a telegrafargli? Era stata un'ispirazione sua? O un suggerimento del medico? Se Giraldo aveva consigliato il dispaccio, le condizioni della bimba dovevano esser ben gravi!… E allora perchè non usare un linguaggio più esplicito? Perchè non dire:—C'è pericolo imminente. La tua presenza è indispensabile?

Ma, in fin dei conti (e di nuovo Varedo s'arrampicava sugli specchi per giustificare la propria condotta) aveva egli forse risposto con un rifiuto? No, aveva chiesto una breve proroga di ventiquattr'ore per compiere il suo ufficio di cittadino, di deputato, di uomo al quale il vigor dell'ingegno, la tenacità dei propositi, la serietà degli studi assegnavano una parte cospicua nella vita del suo paese. Questo a casa sua non volevano intenderlo; non volevano intendere che vi sono obblighi pubblici sacri quanto i privati e che il venirvi meno è colpa e viltà.

Nella notte insonne tornavano in mente a Varedo i passi principali del suo discorso, frutto di lunghe meditazioni, destinato, se non lo illudeva l'orgoglio, ad allargar gli angusti orizzonti della politica italiana, a sollevarla dalle miserie parlamentari, ad additar forse lui, Alberto Varedo, come un possibile rinnovatore della coscienza nazionale. A nessuno, neanche a San Giustino, egli aveva comunicato tutti i punti salienti di quella arringa; egli ne serbava le primizie alla Camera di dove la sua voce, udita dai colleghi, raccolta dagli stenografi, sarebbe volata lontano… E ora, alla vigilia del suo trionfo, egli avrebbe disertato il campo? Avrebbe lasciato che Zonnini parlasse in vece sua? Che impicciolisse le questioni con quel suo spirito di stenterello?… Varedo si rifiutava a fregiar del nome di emulo questo Zonnini leggero, superficiale, che aveva inforcato per snobismo il cavallo delle idealità religiose, e mentre pretendeva ristorar la fede in Italia frequentava assiduo i cafés chantants e correva dietro a tutte le cocottes di Roma… In verità, se non sorgevano rivali più formidabili!… Però qualche volta anche i mediocri, se le occasioni li favoriscono, fanno un buon tratto di via e sarebbe stata per Zonnini una gran bella occasione quella di potere, in una giornata memorabile, prendere alla Camera il posto di Alberto Varedo…