Alberto Varedo era ben desto, e il suo sguardo fisso esprimeva l'angoscia di chi non sa scacciare da sè una visione dolorosa. Quanto più egli s'allontanava da Roma, e gli cresceva la solitudine intorno, e si smorzava l'eco degli applausi che gli avevano, poche ore addietro, dolcemente accarezzato l'orecchio, tanto più egli sentiva la terribilità della tragedia domestica che lo aspettava. No, egli non l'avrebbe trovata viva, la piccola Bebè, egli non avrebbe udito la sua vocina esile, non avrebbe visto le sue manine bianche, sottili, quasi trasparenti, scorrer volubili sui balocchi sparsi ai suoi piedi…

E anche un altro pensiero lo crucciava, lo sgomentava. In qual modo lo avrebbe accolto sua moglie? Gli avrebbe perdonato il suo ritardo? Avrebbe ascoltato pazientemente le sue ragioni? Perchè nessuno degli ultimi dispacci era firmato da lei? Perchè non aveva ella almeno fatto rispondere alle parole di conforto, d'affetto che egli le aveva mandate sulle ali del telegrafo?

Dio, Dio, com'ella s'era, a grado a grado, appartata da lui! E pure ella lo aveva sposato per amore, e pure c'era stato in principio un pieno consenso delle loro anime, ed ella pareva appassionarsi pe' suoi studi, per la sua gloria, pel suo avvenire! Che barriera s'era levata fra loro.

E Varedo ricordava che la freddezza di Diana aveva cominciato sin da quando ell'era rimasta incinta di Bebè. La maternità che suole ravvicinar le donne al marito aveva prodotto su lei un effetto contrario. Certo ella lo accusava di non aver prodigato sufficienti tesori di tenerezza alla bimba, di non averle dedicato una parte maggiore del suo tempo e delle sue cure. Ma non era un'accusa ingiusta? Possono gli uomini dimenticar ciò che devono alla scienza, alla patria, alla società? E Diana pretendeva questo, ella che era intelligente e colta, ella che nel primo anno di matrimonio lo stimolava alle grandi cose?

In vero una fatalità pesava sulla loro unione, un complesso di circostanze cospirava a dividerli, a renderli pressocchè estranei l'uno all'altra. Ma non mai come ora questa fatalità li aveva perseguitati. L'aggravarsi repentino di Bebè proprio nei giorni in cui motivi imperiosi lo tenevano assente sembrava l'opera d'un cattivo genio che provasse la voluttà crudele di nuocere.

Il treno correva, correva nella notte profonda; tutta la vettura oscillava, scricchiolava, tremava. Alla fioca luce che pioveva dall'alto, Varedo vedeva i suoi compagni dormire, diversamente atteggiati: Orsara, rannicchiato in un angolo, coi pugni serrati sotto il mento; Cataldo con la cravatta sciolta, le braccia ciondoloni, la testa dondolante, la bocca aperta; Francioni rigido come una sbarra, con le lunghe gambe distese fin sotto il sedile dirimpetto. Nei cristalli dei finestrini, chiusi, nonostante il caldo, per paura della malaria, si riflettevano con linee indecise le immagini del di dentro: la lampada, le pareti, i divani, le valigie nella reticella, le persone dormienti… e, insieme col resto, una faccia pallida, ansiosa…. Di tratto in tratto, con la rapidità di uno strale, fischiando e rumoreggiando, guizzava, diretto in senso opposto, un altro convoglio; di tratto in tratto, nel passare senz'arrestarsi davanti a una stazione secondaria, veniva dall'esterno un chiarore improvviso, sorgeva, spariva un fabbricato, una tettoia, una pompa, una grù, una fila di vagoni immobili; poi le tenebre si addensavano più fitte e più nere.

—Oh… oh… oh…—fece a un certo momento Francioni, agitando le lunghe braccia a guisa di due assi di un telegrafo ottico.—Ho dormito?… Ove saremo?… Che ore sono?

Si alzò che, quasi toccava con la testa il cielo della carrozza, e guardò l'orologio.

—Per bacco! Siamo proprio vicini a Grosseto… Se non mi svegliavo da me…

—Vi avrei svegliato io; non dubitate—disse Varedo.