—Oh grazie, Varedo… Credevo che dormiste anche voi… Questi qui sono due ghiri.
In fatti Orsara e Cataldo non si mossero nemmeno quando a Grosseto Francioni fece aprir lo sportello e discese salutando Alberto Varedo.
—Coraggio… Chi sa ancora… Suppongo che ci rivedremo presto a Roma, perchè il nuovo Ministero… il vostro Ministero… dovrà presentarsi alla Camera a far votare l'esercizio provvisorio… Addio, addio…
E la magra figura donchisciottesca scomparve nell'ombra.
Il convoglio ripigliò la sua corsa sfrenata. Ormai esso non si sarebbe fermato che a Pisa, e a Pisa Varedo avrebbe trovato indubbiamente un telegramma da Torino. Oimè, che altro poteva dirgli quel telegramma se non ch'egli sarebbe giunto troppo tardi per veder viva Bebè?
L'atmosfera era soffocante. Benchè si fosse ancora in piena Maremma, l'onorevole abbassò i vetri del suo finestrino, mise fuori la testa, guardò il cielo stellato, sentì, o credette sentire, la voce del mare, sentì il mormorio dei cipressi carezzati dal vento; indi richiuse di nuovo la finestra, e stette raccolto nel suo cantuccio cercando di rievocare il suo trionfo di ieri, le congratulazioni, gli applausi, rimuginando le parole dettegli quella sera stessa da San Giustino: Meritereste un portafoglio.—Sì certo, presto egli se lo sarebbe conquistato un portafoglio, e allora sarebbe divenuto arbitro del Parlamento, iniziatore felice di radicali riforme che avrebbero mutato faccia all'Italia!… Ah come impallidivano al paragone le gioie, i dolori privati, com'erano vani i giudizi che poteva pronunziare sul conto suo una donnicciuola inetta ormai ad abbracciare un orizzonte più largo di quello delle pareti domestiche!
Ma ai voli superbi della fantasia succedevano le precipitose cadute. Sarebb'egli stato pari alle circostanze ed alla fortuna? Possedeva egli veramente le grandi qualità che le magnanime imprese richiedono: il colpo d'occhio sicuro, il volere tenace, il dominio assoluto di sè, la prontezza nel decidere e nell'eseguire, il coraggio di affrontare le responsabilità ed i pericoli, lo sdegno della facile popolarità? E se falliva alla prova? Se incappava nei lacci che gli avrebbero teso gli avversari e gli amici malfidi, invidiosi della sua troppo rapida esaltazione? Se di lì a qualche mese si fosse parlato di lui come d'una delle tante meteore apparse sul nostro firmamento politico e dileguate senza lasciar traccia? Vinto sui campi dell'azione, avrebbe egli potuto trovar la calma, la serenità necessarie a chi coltiva gli studi? Avrebbe potuto riprendere con buon successo la sua opera interrotta? O le antipatie accumulate sul suo capo mentr'egli era al Governo non avrebbero continuato a sfogarsi contro l'uomo di scienza?
Così, in quella insolita depressione di spirito, tutto il suo bel sogno di gloria si scioglieva in fumo, e nella sua visione interiore si riaffacciava la scena funebre: una bambina moribonda o morta, una madre disperata. E quella bambina era Bebè, e quella madre era Diana!
Uno dopo l'altro, automaticamente, mentre il treno s'avvicinava a Pisa, si svegliarono Orsara e Cataldo.
—Oh bella!—disse Orsara spalancando la bocca a un enorme sbadiglio.—Siamo in tre soli?