L'onorevole la scusò.—Non è in grado di veder nessuno… È affranta…

E soggiunse:—La mando per alcune settimane a Venezia con la sua mamma… Qui rischierebbe di rimaner sola, perchè io non sono sicuro di non esser chiamato a Roma…

Qualcheduno interruppe:—O piuttosto siete sicuro che vi chiameranno.

—L'avvenire è sulle ginocchia degli Dei—replicò Varedo con circospezione.—Ma non importa. Io volevo dire che se mi trasferissi a Roma non mi fiderei di condurvi tosto mia moglie, indebolita com'è, fissa nell'idea che a Roma appunto la nostra figliuola abbia preso il germe della malattia che l'uccise. Ci verrà più tardi, quando si sarà ritemprata e rinfrancata.

Da savio politico che fa apparir quali concessioni spontanee le necessità a cui gli tocca piegarsi, Alberto Varedo si premuniva così contro le interpretazioni sfavorevoli che altri avrebbe potuto dare al viaggio di Diana. Egli aveva meditato sulle parole dettegli dallo zio Gustavo in strada ferrata. «Tu hai la legge per te. Hai la forza. Vedi se ti conviene d'usarne».

Come esitar nella risposta? Come non capire che uno scandalo famigliare, in quei giorni, con le ire e le invidie destate dalla subitanea fortuna avrebbe avuto conseguenze incalcolabili? Una cosa ormai sarebbe bastata a Varedo: che Diana smettesse verso di lui quella sua aria di giustiziera, che riconoscendone l'autorità spogliasse i suoi atti d'ogni carattere di ribellione.

Ma mentr'egli col suo linguaggio calmo e misurato lasciava nell'animo degli ascoltatori l'impressione di un marito pieno di mansuetudine e di riguardi verso la moglie, e con tutto il suo contegno infondeva nei presenti il mite benessere ch'è proprio di chi, recatosi a fare una visita di condoglianza, si trova al cospetto di persone bell'e rassegnate, Diana implorava da sua madre e da suo zio la grazia di risparmiarle un colloquio con Alberto.

—Date retta a me—ella diceva—consigliatelo di non insistere. Correrebbero tra noi le parole irreparabili che tolgono perfino la remota possibilità d'un ravvicinamento… E credete pure ch'io non m'illudo… Anche nell'infinita miseria di questi momenti ho la mia testa lucida… Non mi illudo… Il mondo mi chiamerà un'esaltata, una visionaria, una pazza… Io dovrei gloriarmi d'esser la signora Varedo… Che mi manca? Di che mi lagno?… O, piuttosto, quante ragioni non ho di essere invidiata?… L'uomo di cui porto il nome non è già illustre nella scienza e nella politica? Non passa di trionfo in trionfo? Non sarà domani sottosegretario di Stato e forse tra qualche mese Ministro?… E, ciò che più vale, non è onesto in mezzo a tanti corrotti, semplice nella vita, austero nei costumi, alieno da quelle galanterie che pur si considerano peccatucci veniali?… Sì tutto questo è vero; ma il mondo non sa che mio marito mi ha a poco a poco disseccato il cuore… Ero timida, schiva, ritrosa, ma ero anche assetata di affetto… Egli non ha inteso il grido che dal fondo della mia anima si levava verso di lui… Finchè ha potuto avermi docile strumento nelle sue mani, pronta a sopprimer me stessa per compiacerlo, gli fui, o gli parvi, cara… senza entusiasmo però, senza espansione, senza tenerezza… Non ubbidivo io, servendolo, a quella legge del dovere ch'egli predicava con fervore d'apostolo?… Ma quando un nuovo dovere è sorto per me e per lui, un dovere che poteva sprigionar la scintilla onde le nostre intime fibre avrebbero finalmente vibrato all'unisono, allora egli mi ha gettato in un canto come un abito frusto… Ha gettato in un canto me, e la mia, la sua, bambina… Mai non le ha voluto bene, mai non s'è occupato di lei… Sana, ella lo infastidiva con la sua vivacità; malata, coi suoi lamenti… Non le ha sacrificato un giorno, un'ora, un minuto… Poche settimane fa, io che prevedevo, l'ho scongiurato di non partire, di non lasciarci sole.

—Appunto perchè non restaste sole ha scritto a me di anticipare la mia venuta—notò, indulgente, la signora Valeria.

Diana ebbe un gesto d'impazienza.