La signora Valeria passò il braccio sotto l'ascella della figliuola e l'aiutò a rimettersi in piedi.

Diana ribaciò sulla fronte e sugli occhi il cadaverino che già si dissolveva e svaniva, e mormorò con un filo di voce:—Torno, sai, Bebè.

Indi, con la testa appoggiata alle spalle materne, col fazzoletto alla bocca per soffocare i suoi gemiti si lasciò condur via docilmente.

XXIV.

Un Ministero fatto e una famiglia disfatta.

Quante corone! Quante corone! Del Rettore e dei professori dell'Università, dell'onorevole San Giustino (bellissima, ordinata telegraficamente da Roma), di Eugenio Bardelli, degli studenti della facoltà giuridica, dell'Associazione costituzionale monarchica, degli elettori liberali del collegio rappresentato in Parlamento da Alberto Varedo, della casa editrice che pubblicava l'opera sul Dovere, delle Redazioni di due giornali politici e di un giornale scientifico, ecc., ecc.

E quanta gente dietro il piccolo feretro! Quante carrozze di privati e di autorità, da quella del Sindaco a quella del Prefetto, il quale, la sera prima, guarito improvvisamente dalla sua indisposizione nel ricever alle sette la notizia ufficiale dell'incarico dato da Sua Maestà a San Giustino, era voluto venir in persona alle otto a casa Varedo a rinnovar le sue condoglianze! A farlo apposta la povera Bebè non avrebbe potuto scegliere un momento più opportuno per morire ed esser sepolta in mezzo a unanimi attestazioni di simpatia e di compianto.

Chiuso nel suo soprabito nero abbottonato d'alto in basso, Alberto seguiva a piedi il carro funebre, e la sua fisonomia, bench'egli si sforzasse di frenarne i moti, assumeva atteggiamenti sempre diversi. Era a volte una commozione sincera, a volte una concentrazione a cui la triste realtà del presente sembrava estranea, a volte un cruccio segreto contro qualcheduno e contro qualche cosa, un lampo fugace d'orgoglio, o una mal repressa impazienza d'uscir da quell'atmosfera di morte, di tornar nella lotta, nella vita che lo chiamava.

Nondimeno, sciolto il corteo, scambiate le parole d'uso e le strette di mano automatiche, egli entrò con Gustavo Aldini, Eugenio Bardelli e altri pochi nel recinto del cimitero, deciso a rimanervi sino alla fine. Vide calar nella fossa la bara, ahi così lieve a quelli che la portavano, udì il sordo rimbombo delle palate di terra gettate a colmar l'orribile buca, e il fruscìo delle ghirlande ammucchiantisi sul tumulo ove in brevi giorni le avrebbe arse il sole e sbattute la pioggia… E gli parve che di sotto a quei fiori, di sotto a quelle zolle venisse, fra timida e maliziosa, un'esile voce:— Papà citto.

L'ingegnere gli toccò il braccio.—Andiamo.