—Non c'è niente da ridere—rimbeccò, seccato, l'ex intendente.

Allora scese in campo, zoliano convinto, non fanatico, Gustavo Aldini, e pur non negando i difetti dello Zola ne mise in rilievo gli altissimi pregi, specie la virtù evocatrice e l'arte di far mover le masse, onde se molti lo superano nello scrutare i misteri d'una coscienza individuale, nessuno l'uguaglia nel rappresentarci gli stati di una coscienza collettiva.—Certo—concluse l'ingegnere—non è una lettura per tutti; non lo darei nè alle persone frivole che vi cercano solo le indecenze, nè agli adolescenti, maschi o femmine, a cui è inutile anticipar le brutalità della vita.

—Ma che adolescenti?—replicò la signora Susanna Duranti—Io dico che nessuna donna per bene può tener sul suo tavolino quei libri… Io mi vergogno di averne letti due o tre.

La signora Susanna ignorava che sua figlia li aveva, di nascosto, letti quasi tutti.

Il consigliere Nocera, che, mentre Aldini parlava, aveva manifestato il suo dissenso con energici cenni del capo, gridò:—Sentiamo l'opinione del professore. Scommetto che il professore è con noi.

—Ma io non mi occupo di letteratura amena—rispose Varedo. Però, poichè gli altri insistevano ed egli non voleva che il suo silenzio fosse interpretato come un'approvazione delle idee esposte da Gustavo Aldini, egli dichiarò che conosceva assai poco dell'opera di Emilio Zola e che si limitava a dire una sua impressione. Ed era questa. Che Zola, mezzo francese e mezzo italiano, era, anche letterariamente, il prodotto di due nazioni e di due civiltà decadute. Aveva, nonostante una speciale tendenza al pessimismo, la visione lucida del mondo esteriore: gli mancava la facoltà di penetrare nel mondo delle anime; dipingeva con efficacia i vizi e le brutture del suo tempo, ma le vere cause gliene sfuggivano, ma non aveva nemmeno la più lontana intuizione dei mezzi acconci a promuovere un rinnovamento morale.

Alberto Varedo svolgeva questi concetti con abbondanza d'argomenti. Aveva principiato semplice e piano; e poi l'abitudine della cattedra gli aveva fatto alzar la voce ed arrotondare le frasi tantochè il suo discorso prendeva via via il carattere d'una lezione o d'una conferenza. Bello o brutto che fosse, in quell'ora, in quel luogo, fra l'acciottolìo dei piatti e il tintinnio dei bicchieri, e il cicaleccio allegro delle tavole vicine, esso aveva il torto d'esser perfettamente stonato.

E appunto dalle tavole vicine si porgeva all'autore un'attenzione canzonatoria.

Diana udì dietro di sè una signora che diceva:—Par d'essere alla predica.

A lei quel pranzo sembrava interminabile. La svogliatezza fisica era il meno; ella soffriva d'una grande depressione morale, provava una irritabilità nervosa contro tutto e tutti, avrebbe dato non so che per esser sola e per lasciar colar le sue lacrime. Perchè non avevano desinato anche oggi in piena libertà, a casa loro? Perchè le toccava subir la compagnia di quei Duranti, di quei Nocera, assistere alle smorfie dello zio Gustavo e dell'Adelaide? Ma s'ella discendeva in sè stessa trovava al suo disgusto, al suo turbamento un'altra causa più intima. La discussione di poco fa l'aveva profondamente umiliata. Se c'era soggetto che dovesse interessarla era quello; s'ella aveva attitudini speciali d'ingegno erano attitudini letterarie. Ebbene, da prima del suo matrimonio, da quando s'era promessa sposa, da un anno e mezzo insomma, ella non aveva aperto un volume di letteratura, non s'era occupata che degli studi di Varedo, non aveva visto che le opere che piacevano, che occorrevano a lui, non aveva sfogliato che i giornali scientifici di cui era piena la casa. Onde oggi s'era accorta d'ignorar perfino il titolo di parecchi fra i libri che i vari commensali, tanto men colti di lei, levavano a cielo o vituperavano. Così ell'aveva accondisceso a sacrificar le sue inclinazioni, a sopprimer la sua personalità? E con qual frutto? Era felice?