Diana irruppe nel salotto, raggiante.

Portava un tòcco di lontra, una giacchetta color marrone guarnita di lontra anch'essa, un vestito di lana scura, succinto, accollato. Poteva avere ventuno o ventidue anni; aveva occhi bruni, a mandorla, folti e indocili capelli castani che le ombravano la fronte, e si raccoglievano in trecce dietro la nuca; persona svelta e ben proporzionata; grandi, ma non tanto da sconciarle la fisonomia, il naso e la bocca. In complesso piacente, senza essere bella.

—Sola?—chiese la signora Valeria.

—Miss Jane è qui dietro… Ci mette un secolo a far la scala…. Le Duranti verranno domani. Ah, mamma, che peccato che tu non abbia assistito alla conferenza!

—Troppo freddo in istrada, bambina mia, troppo caldo nella sala, troppa folla—rispose la signora Valeria.

—Oh in quanto a questo, sì… La sala era gremita. Fino nel vestibolo, fino sul pianerottolo, fin su nella galleria s'accalcava la gente.

—Vedi dunque….

—Ma tu, zio—ripigliò la ragazza—non hai una scusa al mondo.

—Abbi pazienza; alle conferenze mi addormento, e se mi addormento russo.

—A questa di Varedo non ti saresti addormentato…. Me ne appello a miss Jane.