—Così mi risparmia la briga di tagliar le carte. A me basterà riaverli entro domani.

—E delle prove di stampa ce n'ha?—disse Bardelli.

—Queste finisco di correggerle io, tanto fa—disse Alberto.—Da domani in poi, fin che mia moglie è impedita, ricorrerò a lei.

—Si figuri!—esclamò l'altro, contento come una Pasqua.—Sarà un onore per me.—E soggiunse tentennando la testa:—Eh, la signora Diana dovrà stare in riposo per un bel pezzetto.

—Chi sa?… I parti delle donne son faticosi, son dolorosi, non c'è dubbio; però, nella peggiore ipotesi, è una fatica, è un dolore di uno, di due giorni… Noi uomini di studio, siamo nel travaglio del parto tutto l'anno, e le nostre creature fatte, rifatte, distrutte persino con le nostre mani ci costano molti più spasimi di quelle che non abbiamo costato noi alle nostre genitrici.

Il professore Varedo parlava come persona convinta di esser vittima d'un'ingiustizia sociale. O che forse non meritava anch'egli una parte dell'interesse, della sollecitudine ansiosa che in quel momento si consacrava a sua moglie?

Non avvezzo a considerar la questione sotto questo aspetto originale, Bardelli se la cavò con poche frasi sconnesse.

—Sicuro… Anche gli uomini di studio…. è positivo… sono in gestazione continua.

Varedo lo licenziò.—Buona notte… Vada, vada, lei che può coricarsi tranquillamente…. Prenda i due libri, e arrivederci…

Dopo aver dato un'altra capatina in camera di Diana, Alberto riprese la correzione delle sue stampe. Finita che l'ebbe, principiò a camminar su e giù per la stanza col capo chino, con le mani intrecciate dietro la schiena, sotto la vestaglia. Camminava adagio nel poco spazio lasciato dai libri e dai mobili, camminava riflettendo ai casi propri e commiserandosi. Lo assaliva un amaro rimpianto dei primi mesi del suo matrimonio, allorchè Diana era tutta sua, tenera, espansiva sovente, devota, affezionata sempre, sempre pronta ad accogliere le sue confidenze, ad assisterlo nei suoi studi. Così egli lo comprendeva il matrimonio; quella poteva chiamarsi davvero l'unione di due anime. O perchè non era durato così? Dal giorno che Diana s'era sentita madre, tutto era mutato d'aspetto. Egli le parlava ed ella lo ascoltava distratta, mal dissimulando la propria indifferenza pegli argomenti ch'egli era riuscito a renderle cari e domestici. E cercava sviare il discorso e tirarlo sul grande avvenimento che stava per compiersi e a fronte del quale ogni altro pensiero le pareva vano. Che s'egli, alla sua volta, non rispondeva a tuono alle domande di lei circa alla cuna del bimbo, al corredo, alla diversa disposizione da darsi al loro quartierino durante il periodo dell'allattamento, una nuvola le si stendeva sulla fronte, una lacrimetta le spuntava negli occhi, ed ella biascicava con voce dolente:—Ecco, non gli vuoi bene.—Santo Iddio, che bene doveva volergli se per lui egli non esisteva ancora? Ma guai se Varedo non avesse soffocato questo grido dell'anima! E si difendeva dall'accusa di non volergli bene, quantunque non potesse volergliene come lei che lo portava nel suo grembo e lo nutriva del suo sangue… Erano dispute brevi che si rinnovellavano spesso e turbavano l'antica armonia. Senza dire del dissidio latente che c'era tra Alberto e Diana a proposito dello zio Gustavo. La scenata del Lido non aveva avuto conseguenze; i due uomini s'erano in apparenza riconciliati, ma non vi poteva esser buon sangue fra loro. E Gustavo, che non voleva metter la nipote in una condizione difficile verso il marito, non le scriveva più, ed evitava di venir a Torino ove pure gli affari della sua Compagnia d'Assicurazioni l'avrebbero chiamato di quando in quando. Diana sentiva amaramente la mancanza di questa corrispondenza e di queste visite, e sebbene i suoi principî rigidi le impedissero di giudicar in modo diverso da Alberto le relazioni fra lo zio e Adelaide Nocera, non permetteva alcuna allusione men che rispettosa a un parente che nel cuore di lei aveva tenuto un posto vicinissimo a quello occupato dalla sua mamma.