Comunque sia, nelle meditazioni peripatetiche di quella notte, Alberto Varedo dedicava appena un pensiero fuggitivo al mondano ingegnere. Non era lui il nemico del suo benessere coniugale; il nemico vero (la dichiarazione aveva almeno il merito della franchezza) era il nascituro. Era inutile; questo marmocchio che gli avrebbero presentato forse di lì a pochi istanti dicendogli:—È il tuo figliuolo—non destava nell'animo del professore il minimo senso di tenerezza. Avrebbe fatto, si intende il suo dovere verso di lui (quando non lo faceva, egli, il proprio dovere?) avrebbe lavorato per non lasciargli mancar nulla; l'avrebbe protetto, consigliato, difeso; ma come gli sarebbe stato riconoscente se fosse rimasto in mente Dei!… E pure non gli accadeva nulla che non fosse nell'ordine naturale delle cose, e il suo collega professor Feroni, grande odiatore del bel sesso, a cui egli non aveva saputo dissimulare la sua noia per la gravidanza della moglie, aveva esclamato per spaventarlo:—Eh caro mio, le donne son capaci di tutto, anche di darvi due gemelli… Chi non vuol disgrazie segua il mio esempio e ne stia lontano.
Certo il dubbio che in fondo a questa mala soddisfazione per l'imminente paternità ci fosse una buona dose d'egoismo veniva ogni tanto a molestare il professore Alberto Varedo, a turbar l'alto concetto ch'egli aveva della sua perfezione morale. Anche adesso una voce importuna gli ripeteva di quando in quando:—tu che non soffri, tu che puoi, se ti piace, stenderti sul tuo letto e dormire, tu ti lagni e ti crucci, e tua moglie che patisce da nove mesi, tua moglie che ora si dibatte negli spasimi, che potrebbe soccombere alla prova, è raggiante di gioia nell'aspettativa della gracile creatura che uscirà palpitante dalle sue viscere. E questa creatura ella per un anno la nutrirà del suo latte, consacrerà ad essa i suoi giorni e le sue notti, le insegnerà a balbettare le prime parole, a provare i primi passi, ne scruterà ogni moto, ogni gesto, sentirà ripercotersi in cuore l'eco d'ogni suo lamento, tremerà d'ogni ombra che ne offuschi le pupille, che ne veli le gote;… tu frattanto accudirai alle tue occupazioni ordinarie, correrai dietro come prima a' tuoi sogni ambiziosi; non avrai del bambino che le carezze e i sorrisi… E osi lagnarti?
Ma Varedo non durava fatica a soffocar queste timide rampogne della sua coscienza. Chi discute con sè medesimo finisce sempre col trovar gli argomenti che gli danno ragione. Egli non negava nè le sofferenze presenti nè le passate di Diana; non negava il coraggio con cui ella dissimulava i suoi dolori; nè l'abnegazione piena d'entusiasmo con cui si disponeva ad adempire ai suoi uffici. Ma che per ciò? Se l'ideale della donna è quello d'esser madre, se nel conseguimento di questo ideale è la sua maggior voluttà, si capisce bene che per raggiungerlo ella affronti risoluta e serena qualunque pericolo e si sobbarchi a qualunque sacrifizio. Il dolore, il pericolo sono condizioni indispensabili della sua gioia; il sacrifizio, o quello che ci par tale, è anch'esso una gioia per lei. Non convien quindi magnificare oltre misura i suoi meriti.
Alberto Varedo era arrivato a questo punto della sua ingegnosa dissertazione quando lo ferì un grido acuto, straziante, come d'un animale colpito a morte. E a quel grido ne succedette un secondo, ed un terzo più straziante, più acuto… indi un gran silenzio… Il professore sentì un brivido corrergli dalla punta dei piedi alla radice dei capelli, sentì bagnarsi d'un sudor freddo le tempie e le mani, guardò istintivamente l'orologio che segnava le tre del mattino, e barcollando sulle gambe uscì dalla stanza.
Era entrato appena nel salotto attiguo che si incontrò con la suocera la quale, a vederlo così pallido, diede un passo indietro. Ma ricompostasi subito—Sei tu?—disse.—Venivo ad annunziarti che tutto è finito.
—Finito?—balbettò Alberto.
—Già… finito in bene… e prima di quello che non si credesse… Ma per questa volta bisogna aver pazienza. È una femmina…
Che fosse una femmina o un maschio non era cosa che importasse molto a Varedo; ond'egli non fece un grande sforzo di magnanimità a dichiarare che gli bastava di saper Diana fuori di pena.
—Vieni a darle un bacio—proseguì la signora Valeria. E lo precedette dalla figliuola.
Nella camera nuziale una matrona baffuta, con un neo sul mento che sembrava un cespuglio, immergeva in una vasca d'acqua tepida un mostriciattolo paonazzo e strillante; la donna di servizio cacciava in un angolo un mucchio di panni sanguinolenti. Bianca come il guanciale su cui posava la testa, la puerpera si voltò languidamente verso il marito, e gli sussurrò in un soffio:—Sto bene adesso… L'hai vista?