—Chi dice questo?—egli replicò infastidito.—Intendo professori che sono deputati.

—E fin che sono a Roma non possono essere a Torino.

—Con un po' di attività si concilia ogni cosa—ribattè Varedo.—La Camera non è sempre aperta, non tutte le discussioni sono interessanti… All'Università c'è l'assistente; io ho Bardelli ch'è pieno di zelo;… a ogni modo, quando urge essere da una parte o dall'altra, un dispaccio è presto spedito e ricevuto.

—Che gusti!—pensava Diana.—Esser metà dell'anno in ferrovia, non aver un'ora di pace, aspettar sempre un telegramma che vi chiami di qua e di là…

E involontariamente ella confrontava quell'agitazione perpetua e febbrile con l'esistenza placida ch'era serbata a lei, sempre fra le pareti domestiche, sempre accanto a Bebè, sempre intenta a scoprire il miracolo di quella vita che sbocciava sotto i suoi occhi. Le future assenze di Alberto non la turbavano; nel suo inconscio, tranquillo egoismo ella considerava che, col marito lontano, non avrebbe avuto rivali presso la figliuola, che sarebbe stato suo, non d'altri che suo, quell'affetto onde, sin dai primi mesi, ell'era gelosa.

Quante volte, dopo la comunicazione di Varedo, mentre ferveva la lotta elettorale ed egli era in giro pel suo collegio ad accaparrarsi i voti, Diana, sola con Bebè e palleggiandola fra le braccia, le parlava come s'ella potesse intenderla.

—Il babbo chiacchiera co' suoi bifolchi, bel matto! Ci trovo ben più sugo io a chiacchierare con te!… Andrà a Roma il babbo… Ma noi che siamo qui, ci faremo compagnia… non avremo bisogno di nessuno, non è vero, caro tesoro?

Venne finalmente il giorno dell'elezione. Il professore assicurava che, in fondo, non ci teneva affatto, che aveva accettata la candidatura perchè gli sembrava doveroso accettarla, ma che, se non lo nominavano, se ne sarebbe dato subito pace. Poteva dir senza presunzione:—Tanto peggio per gli elettori;—perchè il nome su cui gli avversari suoi s'erano concertati era un nome insignificante, ridicolo e peggio. Anche prima d'esser uomo politico Alberto Varedo aveva degli uomini politici l'equanimità e la temperanza… Dunque, a sentir lui, non gl'importava riuscire, ciò che non toglie che la notte precedente al gran giorno egli non chiudesse mai occhio, e che la mattina fosse in piedi all'alba e spedisse Bardelli al telegrafo con un fascio di dispacci intesi a smentire due o tre notizie inesatte sparse sul conto suo da un foglio della provincia. Bardelli, figuriamoci, era venuto a mettersi a disposizione del professore prima che si spegnessero i lumi per le strade.

—Io me ne infischio, ma vedrà, caro Bardelli, vedrà che faccio fiasco.

Quest'era il ritornello di Varedo, a cui l'assistente contrapponeva una serie di affermazioni documentate che davano la sicurezza della vittoria. Egli aveva fatto il computo dei voti; garantiva una maggioranza schiacciante.