Così lo specialista era lasciato dormire, tanto più che Diana non osava nemmeno accennarvi nelle sue lettere ad Alberto; ma non per questo ell'era tranquilla, chè anzi la sua inquietudine cresceva d'ora in ora. E quella sera, sotto l'impressione che Bebè fosse rimasta mortificata dal rimprovero, a lei scendeva nell'anima una invincibile tristezza che le inumidiva le ciglia e la rendeva quasi dimentica del trionfo di suo marito.
—Caro, caro tesoro—ella esclamò prendendo in collo la bimba e coprendola di baci—che tu parli o no, la tua mamma t'intenderà sempre.
In quella stretta, Bebè ebbe un postumo desiderio del latte ond'era privata da un mese, e le sue piccole dite scorrevano indiscrete sui bottoni del vestito materno, mentre la bocca rosea mordeva la stoffa e commentava l'atto espressivo col solito suono indistinto: umm, umm.
Diana, severa, ammoniva.—Nossignora, non si può… Non c'è più niente.
Forse Bebè lo sapeva e voleva ridere soltanto. Ora aveva afferrato un bottone e lo tirava con violenza.
—Insomma se sei cattiva, vai di là.
In mezzo a questi contrasti giunse Eugenio Bardelli, l'assistente e il factotum di Varedo che lo seguiva come la sua ombra quand'egli era a Torino, e durante le sue assenze ne riceveva ed eseguiva zelantemente gli ordini, e passava mattina e sera da Diana a offrirle i propri servigi.
—Vengo dalla Redazione della Gazzetta Piemontese —egli disse.—Ho visto un telegramma fresco fresco da Roma… Il professore ha riportato un grande successo.
—Lo so, lo so—rispose Diana sorridendo.
E accennò al dispaccio ch'era aperto sulla tavola; indi soggiunse:—Grazie lo stesso… Sempre gentile, Bardelli.