Ora i commensali erano raccolti in salotto e la zia Clara, la sorella nubile e anziana dei due Moncalvo, presiedeva alla distribuzione del caffè e dei liquori. Ell'aveva sempre la sua fisonomia dolce e buona, ma era molto invecchiata negli ultimi tempi; aveva l'aria stanca e i capelli grigi; grigi come il colore del suo vestito di seta. — Ma sœur grise — la chiamava qualche volta, scherzando, Gabrio Moncalvo.

L'ampio salotto, ingombro di sedie e seggioloni d'ogni forma e misura, era illuminato a luce elettrica e ammobiliato signorilmente ma senza sobrietà. Dalle pareti pendevano piatti di maiolica, pezzi di stoffe antiche, stuoie giapponesi, in mezzo a cui l'occhio appena riusciva a discerner tre o quattro acquarelli romani di molto pregio. Un gruppo di piante metteva una nota verde in un angolo; all'angolo opposto, sopra un piedistallo girevole, si ammirava una statuina di bronzo del Cifariello; fra una cantoniera i cui palchetti erano pieni di ninnoli e uno scaffalino contenente alcuni libri con legatura di lusso sorgeva un piccolo pianoforte verticale; altri volumi artistici erano gettati alla rinfusa sopra una tavola più grande; un tavolino di lacca reggeva il servizio del caffè e dei liquori.

— Tu non hai religione, — disse la signora Rachele al cognato, con l'aria di chi ripiglia un discorso interrotto.

Il commendator Gabrio si mise a ridere.

— Stasera mia moglie non vuol lasciarti in pace.

— Ma sì, — interpose la signora Clara offrendo in giro le sigarette. — Lasciatelo in pace. Non viene quasi mai e quando viene lo punzecchiate.

— Oh! — rispose la signora Rachele. — Giacomo non è uomo da confondersi per così poco.... E in quanto a te, — ella soggiunse alludendo alla Clara, — in quanto a te, sei come lui.... sei com'eravamo tutti....

Il professore Giacomo alzò gli occhi da un libro che stava sfogliando.

— Converrebbe sapere che cosa tu intenda per religione.

— Che domanda! — ribattè la signora Rachele, imbarazzata più di quello che non volesse parere.