— Tu vaneggi, Giorgio?... Con che titolo vorresti agire? Che diritti abbiamo? Siamo noi i custodi di tutti i Moncalvo?... Mio fratello batte una strada che non è la nostra, ma dalla quale non si ritrarrà perchè vi trovò le soddisfazioni più grate al suo cuore.... E convien rendergli giustizia; la posizione ch'egli ha conquistata egli la deve al suo ingegno, alla sua attività.... Ed è onesto, per quanto sia difficile, a chi maneggia il danaro, di conservar le mani pulite.... È onesto e generoso.

— Sì, — confermò Giorgio sarcasticamente, — ha tutte le virtù e si presta a un mercato ignobile e concede la mano della sua figliuola all'ultimo rampollo incretinito d'una razza esausta.

— È ignobile, lo consento. Ma sii pur certo che la Mariannina non è una vittima.... Se questo matrimonio si conclude, vuol dire ch'ella n'è persuasa almeno quanto i suoi genitori.

— No, babbo, non posso ammetterlo.

— E pure dovrai ammetterlo. È il gran cruccio di tua zia Clara che aveva un'adorazione per questa nipote, che aveva lasciato la nostra casa per starle vicino, che confidava di esercitare un'influenza su lei, e invece giorno per giorno se la vide sfuggir dalle mani, crescere affatto diversa da quella ch'ell'aveva sperato, capricciosa, egoista, insofferente d'ogni ostacolo, non schietta, non franca.... più ambiziosa, più vana de' suoi parenti, benchè sappia infingersi meglio.

— Oh babbo! — disse Giorgio. — Tu sei spietato con la Mariannina.... tu la odî.

— Io non odio nessuno.... Io non so s'ell'abbia coscienza del male che fa....

— Salviamola allora, — gridò il giovine, interpretando a rovescio la parola del padre.

— Ah, io non alludo al male che fa a se stessa, — ribattè il professore. — Quello io non ho mezzi per impedirlo.... Intendo il male che fa agli altri.... che fa a te.... al mio figliuolo.

Gli passò carezzevolmente la mano sui capelli (ora Giorgio era seduto con la testa china, con le braccia allungate sulle ginocchia disgiunte) e seguitò: