La lettera che lo aspettava nella sua camera e ch'egli aveva assolutamente dimenticata, veniva da Berlino ed egli riconobbe tosto nell'indirizzo la calligrafia lunga, sottile di Frida Raucher. Povera Frida! Due volte sole egli le aveva scritto da Roma e tutt'e due le volte in ottobre. Poi s'era limitato a spedirle delle cartoline illustrate. È vero che non dava più segni di vita neppur lei; certo era in collera e aveva ragione d'essere in collera.... O forse era stata più ammalata del solito?
Giorgio ruppe con qualche trepidazione la busta.
«Caro amico, — scriveva la Frida Raucher in un italiano abbastanza spedito, non però senza qualche incertezza di ortografia e di grammatica, — prendo la penna di nascosto di papà e contro la proibizione del medico, che soltanto da ieri mi permette di alzarmi. Alla metà di ottobre ho avuto una ricaduta grave e credevo proprio di esser venuta agli ultimi. Si dice così in italiano? Ho paura di no, ma il mio maestro sarà indulgente. Mio padre era intenzionato di avvisarlo del mio cattivo stato, ma io stessa gli ho detto di attendere. Perchè dare un dispiacere inutile al professore che ormai è nella sua patria, nella sua casa, fra le sue occupazioni e non potrebbe in nessun modo venir a Berlino a trovare la sua piccola, malata amica? Bisognerà avvisarlo dopo, naturalmente.... Invece sono ancora in grado di scriverle io e la ringrazio per le belle cartoline postali, dalle quali vedo che, se pur non ha tempo di mandarmi una lettera, si ricorda qualche volta di Frida.... Papà vorrebbe accompagnarmi in Italia questa primavera, e come sarei felice di passar qualche settimana a Roma! Ella sarebbe la nostra guida, non è vero, ci mostrerebbe i monumenti che abbiamo ammirato nelle fotografie e nelle cartoline? Ma sono Luftschlösser, castelli in aria; so che non è possibile, e forse in primavera non sarò più in questo mondo.... Povero, povero papà!... Per lui solo mi dispiace morire.... Spero che avrà consolazione delle sue scoperte.... Ora fa certi studi che lo costringerebbero ad andar molto lontano. Ma non vuol lasciarmi.... Sono proprio un impiccio.... Devo smettere perchè sono tanto tanto stanca. Addio, signor Giorgio, viva felice e conservi un posto nella sua memoria alla sua devota, affezionata e gar treu bis an das Grab
«Frida Raucher.»
Le ultime linee erano confuse, quasi illeggibili, sia che la mano di Frida tremasse, sia che una lacrima fosse caduta sul foglio. E anche Giorgio Moncalvo piangeva, vinto dalla pietà della gentile fanciulla, che si congedava dalla vita con sì rassegnata bontà, con sì delicato abbandono, pudicamente confessando il suo amore, l'unico amore della sua breve giovinezza. Già lasciandola egli sapeva che non l'avrebbe rivista, ma ora il sentirselo annunziare da lei gli faceva correre un brivido per tutte le membra e il tenero addio di Frida gli suonava come un rimprovero. Gli pareva che il suo dovere sarebbe stato di accorrere al letto della moribonda, di raccoglierne l'estremo respiro, di deporre un ultimo bacio sulla sua fronte verginale. Quanto meglio che il vaneggiar dietro all'altra, all'altra ch'egli avrebbe voluto disprezzare e abborrire e che pur gli dominava l'anima e i sensi!
XI. Anche la zia Clara prende congedo.
La mattina appresso, poco dopo le nove, il professore Giacomo Moncalvo stava prendendo il caffè nel suo studio, quando entrò la donna di servizio con un biglietto.
— Manda suo fratello il commendatore, — ella disse. — E c'è giù la carrozza che aspetta.
— La carrozza? — esclamò il professore. E con mano nervosa ruppe la busta.