— Tanto grave è? — chiese Giorgio, maravigliato anch'egli che la sua domanda fosse così calma, non esprimesse un'ansietà più viva, una commozione più profonda.

— Gravissima, — sospirò la Mariannina.

Schivando le camere ov'erano gli altri e di dove veniva un suono di voci, ella infilò un corridoio, voltò per un andito, aperse un usciolino a muro che metteva in un'anticamera piena di armadi.

Egli la seguiva. Ella disparve un momento dietro una portiera; poi, alzando una pesante tenda di drappo, accennò a Giorgio di avvicinarsi.

— Ecco Giorgio! — ell'annunziò.

Sfiorò con un bacio la fronte dell'ammalata, scambiò una parola con la Giovanna, raccattò da terra un mazzo di chiavi, le chiavi che la cameriera cercava; poi uscì in punta di piedi, e sembrò a Giorgio che uscisse con lei la poca luce che rischiarava la stanza.

— Giorgio! — chiamò con voce appena percettibile la zia Clara.

Egli si scosse, vergognandosi di se stesso, sentendo un velato rimprovero nel tono con cui la zia proferiva il suo nome, quasi volesse domandargli: — Sei venuto per lei o per me?

Accostatosi al letto, egli prese la mano che disegnava un saluto e la portò avidamente alle labbra.

— Zia Clara! Zia Clara!