Già per lui essa cominciava a riprenderli, e prima di pranzo desiderò dar un'occhiata alle ultime lettere e agli ultimi telegrammi che eran giunti e chiamò Fanoli per richiamargli alla memoria un certo versamento di titoli che si doveva fare il lunedì alla Tesoreria generale. Quindi, con lo stesso Fanoli, trattenuto a desinare, parlò di un Sindacato ch'egli aveva in animo di promuovere per spingere il prezzo della Rendita e agevolare la conversione. A tavola fu quasi solo a discorrere, confortato dai monosillabi approvativi del segretario. Discorreva di finanza, di politica, e anche d'edilizia romana, come uno che vuole sviar la mente da pensieri importuni, distrarre l'orecchio da suoni molesti. In fatti era in lui il ribrezzo della morte, della morte ch'era entrata nella sua casa, che gli era tanto vicina.
Prima delle frutta, la signora Rachele, che aveva bevuto soltanto un brodo ristretto e mangiato un'ala di pollo, accusò delle vertigini e delle nausee strane e diede il segnale della partenza. La Mariannina la seguì dopo aver augurato la buona notte a tutti. Parve a Giorgio ch'ella lo salutasse in modo speciale, gli parve che gli occhi di lei si fissassero nei suoi per ricordargli l'appuntamento. E gli salì una fiamma al viso.
Indi a poco si alzò il professore Giacomo.
— Ti duole il capo? — gli chiese amorosamente il fratello.
Egli fece segno ch'era una cosa da nulla.
— Buona notte.
— Buona notte.
— Accompagno il babbo, — disse Giorgio.
— Sì, accompagnalo, — replicò lo zio. — E dopo torna qui.
— Era proprio inutile, — susurrò Giacomo appoggiandosi al braccio del figliuolo.