Ora Giorgio Moncalvo chiedeva a sè medesimo in che cosa consistesse l'ufficio d'ispettore che gli era affidato. Quei due giovinotti intenti a scrivere non mostravano d'avere alcun bisogno della sua guida; anzi era certo che gl'indirizzi li sapevano far meglio di lui, perchè essi avevano una magnifica calligrafia ed egli l'aveva pessima. Inoltre, nello stato di febbrile inquietudine in cui egli si trovava, egli non era in grado di esercitare alcun sindacato efficace, ed era già molto se riusciva a nascondere la sua agitazione e a restar seduto al suo posto. Di fronte a lui, sulla parete, l'orologio a muro col suo tic tac uniforme rammentava il passare del tempo, e Giorgio seguiva con l'occhio il movimento della lancetta sul quadrante.... Com'erano lunghi i minuti! Fino alle undici e tre quarti, alle undici e mezzo al più presto, egli non poteva rimaner solo.... E non erano ancora le dieci!

Quello dei due commessi che Fanoli aveva chiamato col nome di Spinati gli disse:

— Ecco, signor professore, se lei volesse, potrebbe esaminare queste cento soprascritte confrontandole coi biglietti a cui si risponde e che abbiamo conservati qui.

Giorgio Moncalvo si scosse.

— Confrontare?... Ma lo credo perfettamente inutile.... Lascino che li ajuti in qualche cosa che sappia fare anch'io.... Mi diano da attaccare i francobolli.

— O signor professore, vuol prendersi lei questa briga?

— Che c'è di strano?

— E poi, scusi, — soggiunse Spinati maliziosamente, — ella non ha esperienza.

— Come?

— Sicuro.... Ella si servirebbe dei vecchi metodi.... Invece....