— Mariannina, — egli disse a voce bassa e concitata accostandosi a lei, — Mariannina, se anni fa le nostre anime eran così vicine, se poi le circostanze le hanno divise, hanno eretta una barriera tra noi, credi tu che quella barriera non potrebb'essere abbattuta?

Ella si strinse nelle spalle.

— Tu vaneggi.

Giorgio incalzò:

— Forse è una tavola di salvamento che ti offro.... Sei a un bivio terribile della tua vita.... Tu stai per gettarti in un baratro di viltà e di menzogna.... stai per comperare un misero blasone a prezzo del tuo corpo e della tua anima.... E pur sei intelligente, e hai un cuore che palpita, un cuore che ha bisogno d'amare.... Spezza l'incanto malefico.... ubbidisci al tuo cuore.... al tuo cuore ch'è mio....

— Il mio cuore non è di nessuno, — ella replicò con alterigia, mentre Giorgio, meravigliato egli stesso della frase che gli era sfuggita, s'accorgeva d'esser giunto a quel limite estremo oltre il quale la volontà e la ragione non governano più gli atti dell'uomo.

A fronte di lui, la Mariannina, interamente padrona di sè, continuava calma e pacata, con quella sua voce ch'era una musica:

— Povero Giorgio! Tu vorresti salvarmi.... E non capisci che sono io che ti salvo?... Non capisci che se ti dessi retta tu saresti domani il più misero dei mortali?... Non vedi che la forza delle cose ci spinge per vie affatto contrarie?... Che romanzi di tempi cavallereschi vai architettando nel nostro secolo positivo! Non sett'anni, cent'anni fa dovevamo incontrarci.... anzi prima ancora.... dovevamo crescere accanto nella vecchia città di dove sono originarie le nostre famiglie, entro il vecchio recinto che chiudeva la gente della nostra razza, all'ombra delle nostre vecchie sinagoghe, isolati in un mondo ostile, ristretti di ambizioni, d'idee, fidenti solo nella missione del nostro popolo.... Allora sì avremmo potuto sposarci ed esser felici.... Oggi è impossibile.... La morte della zia Clara ci ha riuniti per un istante.... Non ci vedremo più mai. Separiamoci senza rancore.

— E diventerai principessa Oroboni? — gridò Giorgio.

— Lo spero.