Mariannina! Mariannina! «Addio per sempre» ell'aveva detto a Giorgio. Ma ell'era nel suo sangue, nella sua anima; era sulle sue labbra ove ell'aveva impresso il bacio rovente, era nelle sue vene ov'ell'aveva trasfuso un ardore di febbre. Ed egli se l'era lasciata sguisciar dalle braccia, e non aveva saputo provarle, egli giovane e forte, che non si scherza col fuoco, che non si suscita impunemente la tempesta dei sensi.
Giorgio soffocava, aveva un bisogno imperioso d'aria e di spazio, un bisogno di correre, di stancarsi, di domar con la fatica fisica le membra e lo spirito. Anzichè risalire in casa per la scaletta interna, uscì per la porta che dava sul pianerottolo dello scalone, la chiuse a chiave, e un po' a tastoni, un po' aiutandosi coi fiammiferi, scese nel vestibolo rischiarato da un fanale fioco, fiancheggiato da piante di sempreverdi, triste ornamento alla cerimonia di domani. Aperse il portone di cui in quella notte non s'era dato nemmeno il catenaccio, e si trovò nella strada, avvolto da una nebbia fredda e sottile. Nella nebbia, a lunghi intervalli, le poche lampade ad arco tuttora accese mandavano una luce biancastra, riflettendosi qua e là nelle pozze lasciate dalla pioggia recente; misterioso, arcigno, inospitale, sorgeva di fronte il muro massiccio del giardino Oroboni, e, quasi la notte fosse il suo regno, pareva dominar la via addormentata.
— Maledetto! Maledetto! — urlò Giorgio stringendo i pugni verso la mole ciclopica, simbolo d'un passato che l'agile vita moderna non riusciva a scalzare. — Maledetto! — egli ripetè, livido d'odio contro quella rocca medioevale ove la Mariannina stava per seppellire la sua giovinezza. E mentre si slanciava innanzi nella strada deserta, lo rodeva sempre più acuto e cruccioso il sentimento della propria impotenza. Come non aveva saputo esser cinico e brutale con la Mariannina, la cui sfida temeraria non meritava altra risposta, così, egli n'era sicuro, non avrebbe trovato il modo di colpire il nemico invisibile che trionfava per la sola virtù dell'antichità della stirpe. Con che armi combatterlo? A che gara chiamarlo? Che provocazione, che insulto scagliargli? Una provocazione? Un insulto? Come? Quando? A uno che non s'incontrava mai? A uno con cui non s'aveva nulla di comune, nè le consuetudini della vita, nè le aderenze, nè le amicizie?... Perchè gli amici servono (oh, servono benissimo), anche quali intermediari di villanie, e nulla è più difficile che l'ingiuriare una persona con la quale non si ha nessun punto di contatto.... Di nuovo alla mente di Giorgio balenò l'idea d'un duello. Ma gli sovvenne di quello che gli aveva detto suo padre: «Probabilmente Cesarino Oroboni non si batterebbe, o per non incrociar la sua spada con un infedele, con un plebeo, o per non venir meno ai suoi principî religiosi....». Sì, ma potrebbe accettare.... E allora, che gioja! Ucciderlo o essere ucciso.... Una gioja?... Forse una gioja sarebbe stata il morire.... Ma uccidere?... La natura, l'educazione, tutto ciò che v'era in Giorgio Moncalvo d'ingenito e di acquisito si ribellava contro questa voluttà selvaggia del sangue, contro questa cieca e folle maniera di risolver le proprie contese. Pure in mezzo alla sua esaltazione egli avvertiva la differenza profonda tra lui e don Cesarino. Questi non sarebbe stato ridicolo nè rifiutando di battersi in nome de' suoi pregiudizi, nè accogliendo la sfida in nome degli usi cavallereschi; ridicolo sarebbe stato lui, l'uomo di meditazione e di studi, ridicolo in ogni modo, tanto se il suo antagonista lo metteva alla porta, quanto se gli accordava l'onore del singolare certame.... Ah, dov'erano i tempi in cui egli scorreva i suoi giorni tranquilli fra le pareti d'un laboratorio, assorto nelle sue ricerche, sotto la guida amorevole del fisiologo illustre ch'egli aveva considerato un secondo padre e che somigliava il padre vero per l'ingegno, pel culto della scienza, per la purezza e la semplicità del carattere? Anche allora, anche nel laboratorio silenzioso, egli aveva conosciuto ansie ed emozioni profonde; aveva palpitato dinanzi alle sue storte, ai suoi crogiuoli, alle lenti del suo microscopio, nel corso d'un'esperienza che avrebbe potuto rivelare un nuovo segreto della materia, una nuova legge del mondo fisico. Anche allora, fra i gas pestiferi e le culture velenose, aveva visto da vicino la morte. E non aveva tremato, e non aveva perduto mai la serenità del suo spirito.... Oggi invece....
La nebbia s'era sciolta in pioggia, una pioggia fine, minuta che penetrava nell'ossa. Giorgio non vi badava; egli procedeva rapido nel suo cammino mordendosi i pugni, agitando le braccia, biascicando frasi rotte ed incomprensibili, guardato con curiosità diffidente dai rari nottambuli che lo prendevano per un pazzo o per un ubbriaco.
Le gambe lo avevano portato nella direzione di casa sua, ma forse egli stesso non vi pensava; vi pensò solamente quando, dopo via Tomacelli, imboccò il ponte Cavour.... E allora s'arrestò perplesso, confuso.... Che ci andava a fare a casa sua ove non lo aspettava nessuno, ove non avrebbe trovato nemmeno la sua camera apparecchiata e l'unica donna di servizio sarebbe stata immersa in un sonno profondo, sapendo che i suoi padroni dormivano in palazzo Gandi? Sicuro; egli alloggiava sotto il medesimo tetto della Mariannina, della futura principessa Oroboni!... No, in verità, neanche in palazzo Gandi egli non alloggiava quella notte, perchè nel chiuderne il portone s'era dimenticato che non ne aveva la chiave. Fino all'alba (e nel cuor di dicembre l'alba spunta così tardi), egli era un vagabondo a cui i carabinieri avrebbero potuto domandar le carte!...
Sul ponte non c'era anima viva; qualche lume disperso sulle rive, sui colli circostanti rompeva a fatica l'ombre profonde; sotto gli archi, contro le pile l'acqua gorgogliava con un sordo muggito.... Giorgio Moncalvo si affacciò alla spalletta, guardò in giù, ebbe un istante l'attrazione terribile dell'abisso.... Precipitarsi a capofitto, esser travolto dal vortice, perdere dopo pochi secondi la memoria e la conoscenza, divenire una cosa inerte che si dissolve.... E intanto fra qualche ora, ai funerali della zia Clara, lo aspetterebbero invano. Dov'è? Dove ha dormito? Chi lo vide uscire dal mezzanino? Chi fu l'ultimo a parlare con lui?... Ah, certo, la Mariannina non si sarebbe tradita.... Ma possibile ch'ella non provasse una vaga inquietudine, che non avesse un vago sospetto, che non dicesse: «Se accade una disgrazia ne son responsabile io»?
No, no, non questo ella direbbe. Direbbe invece: «Era un pazzo. Doveva finir male».
Come talora, nel bujo più fitto d'un temporale, le tenebre si squarcialo per un istante, e, per un istante, nell'interstizio di due nuvole, appare l'occhio del sole ridonando forme e colori agli oggetti, così, per una chiaroveggenza improvvisa e fuggevole, Giorgio Moncalvo ebbe la lucida visione di ciò che v'era di grottesco, di assurdo nei suoi propositi di suicidio.... Morire per la Mariannina; per lei immerger nel lutto suo padre, lo scienziato alto ed integro del quale egli era ormai l'unica gioja e l'unico affetto! Per lei rinunziare alle febbri dell'indagine, alle speranze della gloria, alla santa ambizione di aggiunger qualche particella di vero al patrimonio dell'umanità?
Il giovine si ritrasse bruscamente dalla spalletta del ponte e riprese il suo pellegrinaggio notturno, sotto la pioggia che anche quando cessava di cadere era come diluita nell'aria, avvolgeva le cose in un'atmosfera umida e greve. Andò per via Ripetta a piazza del Popolo, da piazza del Popolo per via del Babbuino a piazza di Spagna, ove un fiaccheraio, seduto a cassetta sotto l'ombrellone aperto, gli fece segno: — Vuole?
Perchè no? Giorgio era stanco, era fradicio; il fiacre poteva offrirgli un asilo fino al mattino.