— Dove? — chiese il cocchiere disceso ad aprir lo sportello e a levar la tela cerata che copriva il cavallo.
— Ma!... Dove vuoi.... Anche in nessun posto... Anche qui fermo.
E poichè l'altro lo guardava attonito, soggiunse a modo di spiegazione:
— Ho dimenticato la chiave di casa e trovo inutile di picchiare chi sa quanto al portone.... Mi basta essere al coperto.... Ti prendo a ora e ti pago subito.
Mise un biglietto da dieci lire nelle mani del vetturale, i cui sospetti svanirono per incanto.
— Star fermi non si può, — egli disse. — Gireremo qui intorno.
Giorgio Moncalvo si rannicchiò in un angolo e chiuse gli occhi sperando che il movimento della carrozza che procedeva al passo gli avrebbe conciliato il sonno. Non dormì; cadde in una specie di letargo, durante il quale l'immagine tentatrice della Mariannina lo perseguiva insistente. Ecco, ella si chinava su lui, lo baciava sulla bocca.... e rideva.... Egli, scotendosi in sussulto, tendeva invano le braccia verso la Sirena, verso la Sfinge.... E a ognuno di questi risvegli si sentiva peggio di prima; con le membra indolorite, con l'ossa peste, con le tempie strette in un cerchio di ferro....
Quand'egli riebbe la piena coscienza di sè era ancora notte, ma già la città si destava e le vie meno silenziose e deserte annunziavano l'avvicinarsi del giorno.... Con uno sforzo Giorgio Moncalvo abbassò il finestrino e diede al fiaccheraio l'indirizzo del palazzo Gandi.
XIV. Funerali.
L'androne, le scale, i mezzanini, la sala d'ingresso dell'appartamento padronale non bastavano a contenere la gente venuta ad assistere al trasporto di Clara Moncalvo. A dire il vero, quelli ch'eran venuti per lei, semplice, buona, modesta, eran pochini, semplici anch'essi e modesti com'ella era stata, e si cercavano a vicenda, e si scambiavano una parola e una stretta di mano, sforzandosi inutilmente di riunirsi in un angolo, di sfuggire alla folla gonfia e pettoruta che li spingeva, li sballottava di qua e di là nella smania di farsi vedere, di giungere a uno dei tavolini ove su appositi fogli listati di nero ciascuno scriveva la propria firma indicando, s'era il caso, l'istituto o il sodalizio che rappresentava. Più indiscreti, più inframmettenti di tutti, quattro o cinque cronisti di giornali cacciavano il naso in ogni parte, interrogavano questo e quello, prendevano le loro note come ad un ballo o a una seduta parlamentare. — Un funeralone, un funeralone! — dicevano. Ed era infatti un funeralone che raccoglieva insieme le classi più disparate della società romana. C'era il cospicuo personaggio del Ministero degli esteri, c'era il segretario Cherasco, un paio di senatori e un pizzico di deputati; c'erano, s'intende, i pezzi grossi dell'alta finanza, presidenti e amministratori d'Istituti bancari, seccati in fondo d'essersi dovuti scomodare senza il confortino di una medaglia di presenza, ma dissimulando la noja sotto la correzione irreprensibile delle forme. Ed essi, turba cosmopolita superiore ai dissensi religiosi e politici, servivano di cuscino fra i gruppi eterogenei che si guardavano in cagnesco: da una parte molte delle conoscenze che i Moncalvo, per mezzo di monsignor de Luchi e del conte Ugolini-Ruschi, avevano fatto nell'aristocrazia nera; dall'altra gli ortodossi della comunità israelitica, che, come uccelli di preda, s'erano abbattuti sul commendatore Gabrio al momento del suo arrivo a Roma e che oggi parevano essersi data la posta in questa casa di dove si voleva scacciarli. Oggi ancora vi entravano per virtù della morte, vi entravano coi loro emblemi e coi loro riti, affermavano ancora una volta la vitalità indomabile del loro Iddio e della loro stirpe.