E il dottore, nell'uscir dalla camera mortuaria, si accostò a Gabrio Moncalvo per dirgli ch'era giunto quella mattina stessa dalla Polonia, che in treno aveva letto la triste notizia e appresa l'ora dei funerali, e che per non perder tempo s'era fatto portare subito al cimitero.
Rimosse le ghirlande, rimosso il drappo nero listato d'argento, il feretro è deposto sopra un carretto tirato a mano fino al posto della sepoltura, fino ai piedi d'un colombario vuoto che aspetta.
In lugubre silenzio la gente assiste all'ultima parte della cerimonia. Già la bocca spalancata ha divorato la sua preda, già i muratori sono intenti a chiudere il vano coi mattoni e la malta. Suonano le ultime preci:
«Il pietoso Iddio perdoni il peccato e non distrugga il peccatore; usi tutta la maggior clemenza per reprimere la sua collera.... La terra ritorni alla terra, com'era in origine, e lo spirito ritorni a Dio che lo diede».
Gabrio Moncalvo disse al fratello:
— La collocano lì provvisoriamente.... Ho intenzione di farle erigere un monumentino.
Giacomo tentennò la testa.
— Povera Clara! Non la vedremo più!
— Povera Clara! — ripetè il commendatore. — Non avrei creduto che dovessimo perderla così presto.... Ah, guai se non ci potessimo stordire col lavoro!... Pur troppo non c'è altro da fare... Andiamo!
Aveva fretta di uscir dal triste recinto, di rientrar nella vita, di ripigliar le sue abitudini, di scordare quei giorni penosi.