Di fuori pioveva e faceva freddo. Nello studio era un dolce tepore di stufa, era una tenue, gentile fragranza di viole che rievocava le immagini della primavera.
— Ah, Flacci, Flacci! — disse Moncalvo rivolto al giovine e timido assistente che gli sedeva di fronte. — Anche i fiori mi vuol portare.... Mi tratta come la dama del suo cuore.
Flacci arrossì.
— Non ce l'ho, io, la dama del cuore.
E soggiunse: — So che le viole le piacciono, e mi son preso la libertà di adornarne il suo studio nel giorno ch'ella vi rientra con l'animo tranquillo.
— Grazie, Flacci.... Grazie di questa come di tante altre attenzioni che ha avute per noi.... Eh, non ci sdebiteremo mai.... Ma non creda ch'io abbia l'animo tranquillo....
— Oh professore, perchè?... Il medico....
Giacomo Moncalvo tentennò la testa.
— Il medico afferma che la crisi è superata, che la guarigione è sicura.... Sarà... Ma io non oso sperare che Giorgio torni quello di prima.... Il suo silenzio ostinato intorno alle cose, alle persone di cui parlava nel suo delirio m'inquieta e mi turba.... Ora quasi mi augurerei che la sua convalescenza tardasse, ch'essa non dovesse coincidere con certi avvenimenti ch'egli non potrà ignorare e che avranno un contraccolpo sul suo spirito.
Il dottor Flacci chiese sommessamente: — Non ha intenzione di condurlo lontano?