— Se non ho bisogno di nulla?... Se non mi sento povero?...

— Perchè ti sei avvezzato a privarti di tutto.

— T'inganni, Gabrio.... O, almeno, ti assicuro che nessuna delle mie privazioni mi pesa.... Quando mi confronto con tanti a cui manca perfino il necessario, a me pare di nuotar nel superfluo.... Hai visto quel giovane ch'è uscito di qui?

— Il tuo assistente?

— Sì, il dottor Flacci, un ragazzo che diventerà un grande matematico.... Or bene, quello, per anni e anni, finch'era studente, viveva in una soffitta e pativa il freddo e la fame. Oggi, con uno stipendio di milleduecento lire, più il frutto di tre o quattro lezioni alla settimana, mantiene, oltre a sè, la madre vedova.... Mi sembra ch'egli meriterebbe d'essere assai più commiserato di me.

— Che significa questo? — ribattè il commendatore. — Per male che uno stia può trovar sempre chi sta peggio di lui.

— E pure il dottor Flacci è contento.

Ma Gabrio Moncalvo protestò contro questa concezione umile della vita.

— Sì, sì, sarete ammirabili, ma vi manca un grande stimolo e una grande soddisfazione. E ancora voi altri, tu, tuo figlio, il tuo dottor Flacci, siete scienziati, avrete la persuasione di giovare all'umanità con le vostre scoperte, con la vostra dottrina.... Non mi negherete però che vi è del bene che non si può fare che col danaro e che le migliori intenzioni del mondo non servono quando non si abbiano i mezzi per attuarle.

— Ognuno opera nei limiti delle sue forze, — obbiettò il professore.