— E trecentosessantasei negli anni bisestili!
— A chi vuol darla a bere?
— È proprio così, — ripeteva il commesso di negozio facendosi forte dell'autorità della sottocuoca dell'ambasciatore americano.
Mentre quelli di fuori quasi si bisticciavano per i milioni di miss May (il lettore avrà capito che si trattava di lei), nel centro del Battistero, fra le otto colonne di porfido che Sisto III innalzò, nel recinto circolare che una balaustra protegge e a cui si scende per pochi gradini di marmo, la Mariannina Moncalvo, tutta vestita di bianco, la fronte liberata dal velo, riceveva il battesimo e pronunziava l'abjura. A uno a uno, rispondendo alle domande del sacerdote, ella ripudiava i suoi errori, e il sacerdote, ch'era la nostra buona conoscenza monsignor de Luchi, dopo averle versato l'acqua lustrale sul capo e sparsole qualche granellino di sale sulla lingua e untole leggermente d'olio l'orecchio, l'accoglieva in grembo della Chiesa con la formula consacrata: «In nome di Dio ti battezzo». La madrina intanto, vecchia dama dell'aristocrazia nera, donna Cornelia Flamini, ritta presso la neofita, le teneva le mani sopra le spalle e ripeteva insieme con lei a voce bassa le parole del Credo dette a voce alta da monsignore. Altre voci sommesse facevano eco di tra la schiera dei presenti, quasi tutti inginocchiati innanzi all'altare apparecchiato per la messa.
Compiuta questa parte essenziale del rito, monsignor de Luchi, in mezzo a un gran silenzio, si rivolse alla pecorella ch'entrava nell'ovile di Cristo e le disse come senza colpa ella fosse stata avvolta fino allora in una notte profonda, e come ormai le tenebre si fossero squarciate e le sue pupille fossero messe in grado di sopportar tutta la luce della verità: «Che gioja nel cielo, — proseguì don Paolo, — per queste vittorie della fede! Per questo ritorno al Signore dei discendenti di quelli che lo hanno perseguitato, crocifisso, deriso! E come esulterà il cuore paterno di Dio quando pel ravvedimento di tutti egli potrà depor la sua collera e scancellare il marchio d'infamia dalla fronte dei rejetti e restituire una patria ai dispersi!»
Con un gemito sordo donna Rachele Moncalvo tradì la sua rabbiosa impazienza del battesimo rigeneratore, ma il commendator marito trattenne a fatica un gesto d'uomo seccato. Quel monsignor de Luchi, per solito così misurato e discreto, oggi perdeva le staffe. Che sugo avevano quelle parolone sonore davanti a lui, Gabrio Moncalvo, che non aveva dichiarato ancora in modo esplicito di voler uscire dalla schiera dei reprobi?... E non era tempo di finirla con quell'antifona dei persecutori, dei crocifissori?... O che diciannove secoli non erano bastanti per creare la prescrizione?
Ben altri pensieri agitavano la mente di don Cesarino Oroboni durante le varie fasi della cerimonia. Solo in un angolo, con le ginocchia sul nudo pavimento, egli aveva cercato d'immergersi nella preghiera, di allontanar da sè ogni pensiero profano. Ma di tratto in tratto una forza più potente della sua volontà lo spingeva a levar lo sguardo verso la donna affascinante che fra poco sarebbe sua. Ecco, non era un sogno; la barriera insuperabile che l'aveva diviso da lei era caduta; un sacerdote cattolico aveva profferito le parole liberatrici che disserrano il fonte della salute; ecco, un vescovo che aveva atteso in disparte orando in silenzio s'era avvicinato grave e solenne alla nuova recluta della fede, le aveva impartito la cresima, le aveva offerto il mistico pane.
Ed ecco che ora don Cesarino è prostrato accanto a lei dinanzi all'altare; egli in abito nero, ella avvolta in una nuvola di veli bianchi. Gli anelli benedetti si scambiano; dalle labbra esangui del patrizio romano, dalle labbra tumide della fanciulla semita esce il «sì» fatale che unisce gli sposi fino alla morte e dopo la morte; allargando le braccia don Paolo de Luchi invoca sulla giovine coppia le grazie del cielo. Indi strette di mano, e baci e augurî in quantità, e quell'inquietudine allegra e quel cinguettìo abbondante e festevole che succede ai lunghi e forzati raccoglimenti. Tutti vorrebbero avvicinarsi alla sposa; tutti vorrebbero da lei uno sguardo, una parola, un sorriso. I genitori, i parenti, le amiche l'abbracciano commossi; le semplici conoscenze aggiungono alle congratulazioni qualche complimento sulla sua bellezza, sulla sua eleganza, sulla sua aria regale. Ella mostra di gradire gli omaggi e a don Cesarino ch'è ansioso di darle il braccio fa cenno di non aver troppa fretta. Non devono star insieme tutta la vita?
Ma don Paolo de Luchi interviene.
— Sì, sì, anzi i due sposi a braccetto.... Di qui.... Oh quelli del Municipio aspetteranno.... Avanti! Vengano dietro a me.... Io faccio da battistrada.