E monsignore, uscendo per primo dal Battistero, precede la comitiva lungo i porticati interni della Basilica fino alla sacrestia, ov'è preparato un magnifico rinfresco.

— Oh monsignore, — dice in tono di mite rimprovero il commendator Gabrio Moncalvo battendogli amichevolmente sulla spalla, — con questo po' po' di trattamento lei fa guerra alla mia colazione.

— Il nostro commendatore ha voglia di scherzare, — risponde don Paolo. E ajutato da due inservienti della Basilica distribuisce fra gl'invitati il tè, la cioccolata, i liquori, le paste.

— Ah, Ugolini, — sospira donna Rachele accettando un pasticcino dal cavaliere di Malta. — Che cerimonia!... Non c'è che la Chiesa cattolica che abbia di questi riti.... Verrà, spero, quel benedetto giorno in cui sarò accolta anch'io nella comunione dei fedeli.... Vi sono già col cuore, lo giuro.

— E il cuore è il più, — risponde il conte Ugolini-Ruschi, tanto per dir qualche cosa.

Appartata quanto più sia possibile dalla folla mondana, con presso a sè donna Cornelia Flamini e altri due o tre dei purissimi, la principessa Oroboni divora in silenzio la sua umiliazione. I suoi occhi non hanno lacrime, le sue labbra non hanno lamenti, ma la sua fisonomia tradisce la lotta fra l'orgoglio indomato e la rabbia e il dolore che vorrebbe prorompere. C'è intorno a lei un'atmosfera di gelo; chi avrebbe voluto avvicinarsele si arresta in cammino, chi avrebbe voluto rivolgerle un complimento banale sente morirsi le parole in gola. Ella, di quando in quando, leva lo sguardo ostile verso la Mariannina, verso la nemica che le ha stregato il figliuolo, che ha avvinto a sè quella debole anima, che, trionfando coi sensi e con l'oro, ha trascinato nel fango il nome illustre degli Oroboni. Tutti i pregiudizi succhiati col sangue, tutto l'odio di razza tramandato di generazione in generazione, tutti i sospetti, tutte le diffidenze, tutte le gelosie delle suocere contro le nuore si adunano in quello sguardo che la Mariannina sopporta senza batter palpebra, col calmo e tranquillo sorriso di persona che non dubita della sua forza.

Dal gesto con cui la principessa ha rifiutato una tazza di cioccolata ch'egli stesso era venuto ad offrirle, don Paolo capisce che, per un certo tempo almeno, la vecchia patrizia non gli perdonerà la parte da lui avuta in quel matrimonio e ch'egli dovrà rassegnarsi a sentirsene dir di cotte e di crude, ciò che del resto non gli fa una grande impressione perchè ci è avvezzo.... Ma non est hic locus, e per evitare in momento inopportuno la minacciata scarica d'elettricità egli si ritira prudentemente, e raccogliendo intorno a sè miss May, la zia di lei ed altre signore, mostra loro il calice regalatogli in questa solenne occasione dalla famiglia della sposa.

— Una bellezza, una vera bellezza.... Puro Quattrocento....

E, assicuratosi che nessuno dei Moncalvo può udirlo, don Paolo de Luchi soggiunge piano: — Se l'è procurato il commendatore da uno dei suoi correligionari.... Ma!... Due terzi dei tesori delle nostre chiese son passati in mano di quella gente.... E chi sa a che prezzi disfatti.... Meno male che qualche oggetto ripiglia la buona via.

In quella, Brulati, ch'era uno dei testimoni al matrimonio civile, fa notare a Gabrio Moncalvo che non c'è tempo da perdere. Si sarebbe già dovuti essere al Campidoglio.