Giorgio s'accostò alla lucerna per leggere il funebre messaggio. Il professore sedette in disparte.
«La mia Frida ha finito di patire l'altra sera — scriveva il dottor Raucher — e io adempio a un preciso incarico della mia benedetta informandone lei che ha conosciuto e apprezzato quell'angelo. «Scrivigli tu stesso — ella diceva — scrivigli in mio nome, e assicuralo che non ho mai dimenticato la sua bontà per me e che muojo convinta di non esser dimenticata da lui, sebbene in questi ultimi tempi non m'abbia scritto. Ma m'immagino quanto assorto egli sarà nei suoi studi».
«Ella riceverà per la posta anche un libro che mia figlia mi pregò di spedirle. È il volume delle poesie di Carducci che Ella le aveva regalato e che leggevano insieme un anno fa.... Frida aveva così caro quel volume!... Lo conservi, Moncalvo, lo conservi in memoria della soave creatura che mi lasciò solo al mondo.
«Non le parlo di me. Ella può figurarsi il mio stato. Non vivevo che per questa figliuola, verso la quale mi pareva di dover espiare la colpa gravissima di averla fatta nascere. Quanto ha patito, povera santa! Non credo che ne' suoi vent'anni ci sia stato un giorno in cui non soffrisse.... E non ha mai avuto un lamento, non ha avuto un rimprovero.... Basta così.... Perduta la mia Frida, sento la vanità di ogni cosa.... Non so come potrò rientrare nel mio gabinetto da lavoro, ove pur la buona fanciulla veniva tanto di rado, ma ove attraverso le pareti mi giungeva talvolta il suono della sua voce.... E poi a che pro studiare, a che pro meditare? Se non fossi affranto d'animo e di corpo, cercherei forse di offrire la mia vita per qualche grande causa.... All'età mia non s'è più utili a nulla.... Tocca a Lei ora, tocca a quelli che come Lei hanno dinanzi a sè l'avvenire. Possa Ella trovare nella scienza le consolazioni che a me sono negate per sempre.... Mi accusi ricevuta del libro, mi ricordi a suo padre e mi creda
«Suo
Guglielmo Raucher».
Giorgio Moncalvo posò la lettera aperta sul tavolino e stette silenzioso con la faccia nascosta fra le palme. Gli si affollavano alla mente i ricordi del suo soggiorno a Berlino; ricordi del laboratorio austero ov'egli si era educato alla scrupolosa severità dell'indagine, ricordi della casa ospitale che la gracile Frida empiva del suo sorriso e del suo dolore. E a pensar quella casa senza di lei, a pensare senza la diletta figliuola l'uomo illustre del quale per vent'anni ell'era stata la tenerezza ineffabile, l'inquieta e trepida cura, egli ebbe per un istante vergogna di sè, vergogna dell'agitazione in cui lo mettevano le febbri della sua fantasia, così piccole e vane al paragone delle miserie reali.
Il professore Giacomo, ch'era uscito tacitamente, tornò recando qualche cosa in mano, e avvicinatosi a Giorgio:
— Ecco il piego arrivato per te da Berlino, — gli disse.
— Sì, sì, — rispose il giovane. — È il volume delle poesie del Carducci. Lo avevo regalato io l'anno scorso a Frida Raucher. È per desiderio di lei ch'esso mi è rispedito....