— Andiamo altrove, se lo preferisci, — disse il professore; — andiamo in Francia, in Inghilterra per tre, per sei mesi, come t'avevo proposto in passato.... ti rammenti?... la sera in cui s'aggravò la mia povera sorella?... Non puoi, non puoi per ora abitare a Roma.

Giorgio abbozzò un sorriso.

— Non posso?... Così debole mi credi?... Abbi pazienza e saprò dimostrarti il contrario.

Ma subito dopo, con tutt'altro tuono e con manifesta incoerenza, soggiunse:

— Il dottor Raucher ha ragione.... Quello che ci vorrebbe in certi casi sarebbe una nobile causa a cui poter offrire la vita.... Ah perchè non devo esser nato due generazioni prima, quando si cospirava, quando si combatteva per l'Italia, e Garibaldi chiamava intorno a sè il fiore della gioventù, ed era nell'anime un fervore magnifico di generosi ideali, una fede robusta nell'avvenire della patria? Ah, t'assicuro, babbo mio, che se fossi nato allora non me ne starei oggi ad annaspar nebbia.

— I periodi eroici della storia dei popoli non si rinnovano così spesso, — obbiettò il professore. — La patria si può servire anche in tempi tranquilli.

Giorgio Moncalvo ebbe uno scatto violento.

— La patria dei commendatori Moncalvo e delle principesse Oroboni? La patria degli avventurieri e degli snobs che per vanità si accostano ai nostri eterni nemici e fanno brindisi al Papa, salvo, del resto, a mutar casacca quando ne avessero il tornaconto?... Ah no, per Dio, che quella patria non si serve e non si vuol servire!

Il professore tentennò tristamente la testa.

— Come ti agiti, Giorgio!... Converrai pure che non sei calmo, che non sei forte.