Senonchè, il domani era simile all'oggi e qualunque applicazione continuata ed intensa gli era impossibile. I suoi libri prediletti gli venivano a noja, i suoi vecchi manoscritti, le sue note in italiano e in tedesco, documenti d'un'attività intellettuale di cui si maravigliava egli stesso, gli parlavano un linguaggio che ormai egli stentava a comprendere. Come? Tante idee egli aveva avute? Tante ricerche aveva iniziate? Di tante opere aveva abbozzato il disegno? Così superbo edifizio di gloria aveva architettato?... Povero architetto che ormai non sapeva mettere insieme due pietre!
Disposto per indole alla benevolenza, diventava a poco a poco scontroso e sarcastico. Poichè la molla della sua energia era spezzata, pareva infastidirsi che gli altri non fossero inerti al pari di lui, e non risparmiava le sue censure nemmeno a suo padre, oggetto un tempo della sua ammirazione. Non avrebbe potuto riposarsi? Non avrebbe potuto esser contento della fama raggiunta? Che voleva di più? Con Flacci era feroce addirittura, nè si lasciava sfuggir l'occasione di pungerlo. «Non è sangue quello che le scorre nelle vene, — gli diceva talvolta. — È matematica allo stato liquido. Lei non è un uomo; è una fabbrica di teoremi.... Mi stupisce che non domandi il brevetto.... Via, sentiamo, di quante memorie alla settimana si sgrava per i Lincei o per qualche altra Accademia?»
Ora Giorgio vedeva spesso Brulati. Dopo il matrimonio della Mariannina il bizzarro artista andava meno in palazzo Gandi e s'era accostato a quello ch'egli chiamava impropriamente il ramo cadetto della famiglia Moncalvo, partecipando all'errore di molti che credevano Gabrio il maggiore dei due fratelli.
Che Brulati, imbizzito anch'egli contro la principessa Oroboni, fosse in quel momento il compagno più desiderabile per Giorgio Moncalvo, questo non avrebbe osato pensarlo nessuno e certo non lo pensava il professore Giacomo. Ma come chiuder la porta in faccia ad un uomo che tutti amavano e stimavano e che per rendersi meglio accetto aveva offerto ai nuovi amici un dono prezioso: la copia del ritratto bellissimo fatto alla povera signora Clara sul letto di morte? Bensì il professore, accogliendolo con franca cordialità, gli aveva detto tra serio e scherzoso: «Badi che qui non si deve parlare nè di mio fratello, nè di mia cognata, nè di mia nipote, nè di nozze, nè di conversioni».
E, in casa, la consegna era abbastanza rispettata. Ma, fuori, le cose mutavano aspetto, e quando Giorgio dava una capatina nello studio di Brulati o lo raggiungeva in quel caffè della vecchia Roma ch'era un ritrovo d'artisti, il pittore si lasciava volentieri tirare in discorso.
La Mariannina? La principessa? Sicuro; da buona figliuola ella scriveva ogni tanto ai suoi genitori, e la signora Rachele, donna Rachele, mostrava con orgoglio le lettere piene di elogi per le virtù, e pel tatto di don Cesarino e piene di entusiasmo per la terra sacra ove la novella sposa, beata lei, aveva posto il piede.... Quella donna Rachele si scioglieva in lacrime di tenerezza. A lui, a Brulati, lo scettico, il reprobo, ella diceva in aria di trionfo: «Ha visto, signor profeta di malaugurio? Ha visto se quei due non eran nati per intendersi, per completarsi a vicenda? Mia figlia ha la bellezza, l'intelligenza, il danaro; mio genero ha la razza, il sangue, ha un patrimonio di credenze, di convinzioni che gli uomini dell'oggi non hanno».
Un punto su cui Brulati amava diffondersi era l'ardore di neofita della Moncalvo. Non era ancora battezzata, ma frequentava ormai le funzioni di chiesa, era patronessa di parecchie fondazioni cattoliche, ascritta alla società di San Vincenzo di Paola, vicepresidentessa dell'Istituto delle pericolanti, consigliera dell'opera pia del Pane di Sant'Antonio, promotrice di una colletta a pro dei missionari, eccetera, eccetera.
— Che aspetta dunque a fare il gran passo? — chiedeva Giorgio.
Ma! Brulati diceva che non si conoscevano precisamente le ragioni dell'indugio. Secondo alcuni era lo stesso commendatore che muoveva ogni sorta di ostacoli; secondo altri, che forse erano nel vero, tutto dipendeva da un incidente toccato a monsignor de Luchi, il direttore spirituale di donna Rachele. Monsignor de Luchi, pare impossibile, era, pel momento, in disgrazia dei superiori e aveva dovuto ritirarsi per un pajo di settimane in un convento di francescani a far penitenza.... Non gli perdonavano il discorso pronunziato alle nozze della Mariannina con una frase ambigua sul potere temporale.... Apriti cielo!... Non c'era voluto di più per scatenar le collere della Curia.... E sì che l'untuoso sacerdote aveva proposto un brindisi al Papa e predetto alla Chiesa la riconquista di Roma. E pur troppo, soggiungeva il pittore, pur troppo il pronostico minacciava d'avverarsi.
Nelle sue passeggiate con Giorgio Moncalvo per le vie della capitale, Brulati tornava spesso su questo spauracchio della riconquista di Roma da parte del Vaticano e commentava amaramente la frase di de Luchi mostrando al suo compagno ora i nuovi edifizi comperati o costruiti da corporazioni religiose, ora i preti, i frati, le monache di ogni specie e colore che sbucavano da tutti i canti.