— Forse più di voi altri.

E quelli di laggiù, come la zia Clara chiamava suo fratello Gabriele, la cognata Rachele e la nipote Mariannina, se la portarono via nel novembre dopo aver passato anch'essi alcune settimane a Roma, di ritorno dal viaggio che facevano ogni estate nel nord dell'Europa. Questi parenti milionari che alloggiavano all'Hôtel del Quirinale, e sfoggiavano un lusso da principi, e tenevano carrozza e cavalli, e si facevano servire i pasti a parte con gran profusione di Bordeaux e di Sciampagna, avevano allora colpito la fantasia del giovine studente, trattato da loro con cordialità rumorosa, commensale festeggiato alla loro tavola, guida desiderata nelle loro visite ai monumenti di Roma.

Egli era per lo più con le donne; chè lo zio Gabriele, piombato in Italia durante un periodo d'elezioni generali, aveva avuto la malinconia di sollecitare una candidatura in un collegio del Lazio e si recava spesso tra i suoi presunti elettori a sbalordirli con le sue promesse e con i suoi quattrini.

Le signore disapprovavano questo capriccio costoso.

— Era meglio comperare quel yacht che ci avevano offerto, — diceva la figliuola, ch'era una vispa ragazza di dodici anni.

E la moglie, bellezza un po' matura dal tipo spiccatamente orientale, guardandosi le mani bianche e giojellate, si lagnava dell'insolita tirchieria del marito che non aveva voluto regalarle un anello di brillanti esposto da Marchesini sul Corso, con la misera scusa ch'ella ne aveva già troppi.

— Se lo zio riuscisse, — chiese Giorgio una sera, — verrebbero a stabilirsi in Italia?

— Presto o tardi, — rispose la zia Rachele, — lasceremo certo l'Egitto.... Ma non c'è furia.... Gabrio intanto, — ella chiamava spesso il consorte con questo diminutivo — Gabrio potrà andar su e giù.... È un viaggio così breve!...

Del resto, non occorse pensarvi, poichè Gabriele Moncalvo fu sonoramente battuto dal suo competitore, ch'era appoggiato dai clericali ed ebbe buon gioco contro un candidato forestiero, ebreo e socialistoide.

Benchè la sconfitta gli fosse amara, Moncalvo finse di non darsene per inteso, e si limitò a deplorare che l'Italia fosse sempre sotto il dominio dei preti, nemici d'ogni progresso. In quanto a lui, doveva esser riconoscente agli elettori che non gli avevano dato il voto e gli permettevano così di non distrarsi dal suo lavoro proficuo. E giacch'era libero da preoccupazioni politiche e s'avvicinava il momento della partenza per l'Egitto, egli voleva dedicare alle bellezze di Roma l'ultime due settimane del suo soggiorno in Italia.