In queste peregrinazioni, Giorgio, fresco degli studi classici, era stato un'ottima guida allo zio, il quale, con meraviglia del nipote, aveva mostrato più gusto artistico e più cultura archeologica di quella che non potesse aspettarsi da un uomo d'affari. Lo zio, alla sua volta, ammirando l'intelligenza pronta del giovinetto, aveva un istante accarezzato l'idea di associarlo alla sua azienda.

— Vuoi far la tua fortuna?

Giorgio rammentava questa domanda che lo zio gli aveva rivolta a bruciapelo, appunto a Villa Borghese, nell'atto di montare nella carrozza che li aspettava all'uscita del Museo.

— Se vuoi far la tua fortuna — erano state le precise parole dettegli da Gabriele Moncalvo dopo averselo fatto sedere accanto — devi piantar l'Università, ch'è una fabbrica di dottori inutili, e venire in Africa con noi.... Stai un paio di mesetti al Cairo come mio segretario particolare, prendi qualche lezione d'arabo, e in febbraio o in marzo vai nella nostra casa di Kartum.... Gente nuova, paesi nuovi, ci s'impara di più che in tutte le biblioteche del mondo.... E, strada facendo, vedrai delle antichità che non hanno nulla da invidiare a quelle di Roma.... In cinque o sei anni ti garantisco io che metti da parte un buon gruzzolo e puoi tornare in Europa a viver d'entrata.... Già fra cinque o sei anni ci torneremo tutti.... Ah, non pretendo che tu decida subito. Riflettici, consulta tuo padre, e sappimi dir qualche cosa domani o doman l'altro.

Non s'era concluso nulla. Il professore Giacomo, pur dichiarando al figliuolo che non voleva vincolar la sua libertà, l'aveva sconsigliato dall'accettar la proposta, ed egli stesso, Giorgio, non s'era sentito la forza di abbandonare il suo babbo, la sua casa, la sua patria, i suoi studi.

— Me lo immaginavo, — disse Gabriele Moncalvo. — Avete lo scirocco nelle ossa, come tutti gl'italiani contemporanei.... Il vostro ideale è l'impiego e la pensione.... E poi tuo padre è un filosofo stoico che disprezza il danaro.... Pazienza.... Se cambi opinione prima che finisca l'anno, non hai da far altro che imbarcarti per Alessandria e telegrafarmi.... Intanto c'imbarchiamo noi con mia sorella Clara, che avrete la compiacenza di restituirci.

Erano passati sett'anni, e per una serie di combinazioni Giorgio non aveva più rivisto questi suoi parenti, bench'essi fossero venuti ogni estate in Europa. Si può anzi affermare che quasi quasi egli li aveva dimenticati, a eccezione, s'intende, della zia Clara, la cui fisonomia placida e buona gli era sempre scolpita nella memoria e con la quale scambiava di tratto in tratto una lettera affettuosa.

«Sarà per me una festa il riabbracciarti, — ella gli aveva scritto all'annunzio del suo prossimo arrivo a Roma. — Ormai, grazie al cielo, siamo tornati italiani anche noi e, se Dio vuole, avremo finito di girare il mondo. Gli zii e la Mariannina ti salutano e sperano che non farai il prezioso come il tuo babbo che, per dir la verità, è un po' troppo orso».

La prospettiva di riabbracciare la zia Clara era certo gradita a Giorgio Moncalvo; non così quella di trovarsi col resto del parentado, verso il quale egli era stato messo in diffidenza dalle lettere di suo padre. «Sono immensamente ricchi, — ammoniva il professore, — molto più ricchi di quello che non fossero sett'anni fa. Non son gente per noi. Io apprezzo le grandi qualità di mio fratello; non ho nulla da rimproverare a mia cognata; ammiro la Mariannina ch'è una bellissima ragazza; ma me ne tengo alla larga quanto è possibile. E ti consiglio di tenertene alla larga anche tu».

— E un consiglio che seguirò senza fatica, — pensava Giorgio Moncalvo.