E, in vero, se in quei sett'anni i suoi parenti erano diventati molto più ricchi, egli era diventato molto più serio, molto più schivo dei piaceri, del lusso, delle allegre compagnie. E quante nuove immagini, e quante nuove impressioni s'erano sovrapposte nella sua mente e nel suo cuore alle immagini, alle impressioni di un tempo!

Appassionatosi degli studi fisiologici, e fattosi conoscere per qualche monografia originale mentr'era ancora all'Università, suo padre lo aveva mandato subito dopo la laurea a Berlino presso il celebre professor Raucher, che n'era rimasto entusiasta e lo aveva invitato ad aiutarlo nel suo gabinetto. Doveva trattenervisi solo alcuni mesi e vi si era trattenuto tre anni, chiuso, si può dire, fra i quattro muri del laboratorio, pieno di riverente ammirazione pel maestro insigne che nella scienza volta al servizio dell'umanità cercava un conforto ai due gran dolori della sua vita, la moglie morta, la figliola condannata a morire.

Accolto nell'intimità della casa, Giorgio Moncalvo aveva conosciuto la bionda e pallida Frida, che parlava con meravigliosa serenità del destino che l'attendeva, e sapeva di dover rinunziare all'amore e alla maternità, e pur, nell'anima assetata di affetto, architettava il romanzo d'un legame puramente spirituale e fraterno.

E vi fu un momento in cui Giorgio Moncalvo s'accorse d'essere divenuto egli stesso l'eroe di questo romanzo. Frida lo avvolgeva di una simpatia calda e discreta; quand'egli, ospite desiderato, sedeva alla mensa dei Raucher, era sicuro di trovarvi, preparate dalla giovinetta, le vivande ch'egli preferiva; quando la sera veniva a prendere il tè nel salottino raccolto ove il professore si riposava dalle fatiche della giornata, ella, pianista squisita, sonava per lui la musica ch'egli amava di più: Bach, Beethoven, Schumann. Altre volte invece, con la sua vocina esile e dolce, ella gli recitava le liriche di Goethe, di Schiller, di Heine, o lo supplicava di leggerle e di spiegarle una canzone di Leopardi, un coro di Manzoni, un'ode di Carducci, e stava intenta a sentirlo, affascinata, commossa dalla melodiosa lingua italiana ch'ell'aveva appresa fanciulla, passando due inverni a Pisa con la sua mamma, e che pronunziava ancora abbastanza correttamente e non senza una sua grazia gentile.

Di tratto in tratto, in una crisi del male che la insidiava, Frida rimaneva per tre o quattro giorni nella sua camera, invisibile a tutti fuori che al padre. E in quei giorni la ruga dolorosa che solcava sempre la fronte dello scienziato si faceva più profonda, e i piccoli occhi acutissimi, avvezzi a scrutar la vita segreta dell'atomo, non reggevano allo sforzo del microscopio.

— Guardi lei, Moncalvo. Oggi non posso.

— Ah, Moncalvo, Moncalvo, — aveva esclamato una mattina il professore, cedendo a un bisogno subitaneo di sfogo, egli così avvezzo a padroneggiare le sue emozioni, — se sapesse quello che io provo quando mi chiamano illustre, quando vantano le mie scoperte!... Io mi cambierei col primo bifolco che passa per la strada pur d'avere una figlia sana.... Io darei tutto il mio bagaglio di scienza per lo specifico d'un ciarlatano che facesse guarir la mia Frida.... E non c'è speranza.... Uno, due anni forse, e me la vedrò portar via come hanno portato via sua madre.... Perchè, perchè l'ho fatta venire al mondo?... Perchè ho sposato una donna affetta d'una malattia che si trasmette ai figlioli?... Ella, poverina, aveva il diritto d'ignorare.... Ma io, io, il grande fisiologo?... Creda, Moncalvo, è una colpa che non mi perdonerò mai.... E se Frida non fosse un angelo, come avrebbe ragione di maledirmi!... E, a ogni modo, quella sua ferma risoluzione di non prender marito.... già io stesso non glielo permetterei.... non è una tacita condanna per me?... Ah, se le cose fossero andate diversamente, se Frida fosse stata una ragazza come le altre.... libera di ubbidire alle sue simpatie!... Basta, è inutile discorrere di ciò che non può accader mai.... Grazie, Moncalvo, grazie delle attenzioni che usa alla mia Frida.... Non la disilluda.... Le lasci credere che le vuole un po' di bene, il bene di un fratello ad una sorella.... Frida non le chiede di più....

Ora Giorgio Moncalvo domandava a sè stesso quali fossero stati, quali fossero veramente i suoi sentimenti per Frida Raucher. Certo egli non l'aveva amata d'amore; pure il suo pensiero correva a lei con una tenerezza fatta di compassione e di gratitudine; pure all'idea ch'ell'era così lontana, che probabilmente egli non la avrebbe rivista, egli sentiva le lacrime fargli un groppo alla gola. Com'era bianca e smorta il giorno in cui egli s'era accommiatato da lei! Come le tremava la voce quando, sforzandosi di sorridere, ella gli aveva detto: — Era inevitabile che dovesse tornare in Italia, presso suo padre.... Avrebbe fatto malissimo a rifiutare l'assistentato che l'è offerto a Roma.... Resteremo amici ugualmente, non è vero?... La nostra affezione non è di quelle che hanno bisogno della convivenza.... Mi scriverà.... in italiano.... E le risponderò anch'io in italiano.... Sarà un esercizio utile.... Non si scandalizzerà de' miei spropositi.... Addio, signor Giorgio.... e buona fortuna....

La piccola mano umida e sottile che Moncalvo aveva presa nella sua s'era ritirata dolcemente, i mesti occhi languidi s'eran rivolti da un'altra parte; con un ultimo cenno di saluto Frida era scomparsa.

Giorgio Moncalvo girellava per la Villa da circa un paio d'ore. C'era entrato da Porta del Popolo e si dirigeva pian pianino verso l'uscita di Porta Pinciana, con l'intenzione di dare una capatina nei Quartieri Ludovisi, abbozzati appena nel tempo ch'egli partiva da Roma. Ma proprio mentr'egli, rallentando il passo, guardava alla sua sinistra, sopra un tenue rialzo di terra, il monumento a Goethe, biancheggiante fra il verde nel nitido candore dei marmi, la sua attenzione fu distratta da uno scalpitar di cavalli. La cavalcata, composta di tre donne e di un uomo, veniva dalla parte di dov'egli era venuto e probabilmente si avviava anch'essa a Porta Pinciana. Le tre donne, elegantissime nei lunghi vestiti d'amazzoni, erano giovani e belle; il loro compagno, che mostrava d'esser più vicino ai cinquanta che ai quarant'anni, aveva aspetto signorile ed aristocratico.