— Io non mi stupisco dell'impressione, — replicò Gabrio Moncalvo. — Mi stupisco che monsignore la giudichi tale da poterci architettar su un matrimonio.... In quella famiglia! Con quelle abitudini! Con quei pregiudizi!

La signora Rachele pareva assorta in una visione sublime. Non era un sogno? Sua figlia, la sua Mariannina, aveva la possibilità di diventare principessa Oroboni?

— Suonerebbe bene, non è vero, Gabrio, questo nome di Mariannina Oroboni? E che trionfo sarebbe!

Il commendatore cercò di calmare gli entusiasmi della consorte.

— Un trionfo che costerebbe caro. Intanto bisognerebbe tirar fuori un milione per comprare la roba degli Oroboni; poi il palazzo di Roma bisognerebbe assegnarlo come parte di dote alla Mariannina, e in fine sarebbe necessario arrotondare questa dote con parecchie altre centinaia di migliaia di lire perchè gli sposi potessero campare alla meno peggio.

— Non eri già disposto a dare alla nostra figlia, alla nostra unica figlia, un milione di dote?

— Ho detto una volta che per collocarla bene non baderei a sacrifizi, e che sarei arrivato volentieri fino al milione; ma non è provato che non si possa trovarle un partito degno di lei per la metà della somma.

La signora Rachele protestò con tutte le sue forze.

— Che lesinerie son queste? Credi che la Mariannina non sappia di poter fare assegnamento sopra un milione? E che partito migliore potresti trovare?

— Eh, via, una gran nobiltà, un gran nome; ma pel rimanente?... Lasciamo stare ch'è mia famiglia in rovina; ma quel don Cesarino che tipo è?... Un giovane che par decrepito, ch'è sempre vissuto sotto una campana; un fossile che non capisce nulla del mondo moderno.