— Parli dei pregiudizi degli altri! — esclamò, scandalizzata, donna Rachele. — E i tuoi?... Quella gente vede il mondo in una maniera che non è la nostra.... Ma sei sicuro che non lo veda meglio?... Libertà, libertà!... Le belle imprese che si compiono in nome della libertà!... Scioperi, dimostrazioni, rivolte.... Non manca altro che un giorno vengano a svaligiarci la casa.

— Anzi verranno, — disse il commendatore ch'era uno spirito filosofico; — ma quando pure abbian portato via tutto quello che c'è, non resteremo sulla paglia.... E passata la burrasca torneremo in auge come prima.... Invece, se gli Oroboni e i loro simili avessero continuato a tenere il mestolo in mano, saremmo tutti e due nel Ghetto di Ferrara, io a vendere vestiti usati, tu a spennacchiar le oche.

Quest'allusione allo stato sociale degli avi spiacque alla signora Rachele che si rodeva di non essere una Montmorency, ed ella ribattè dispettosamente:

— In quanto a questo, è quasi un secolo che i miei sono usciti dal Ghetto.

Moncalvo si fregò le mani.

— Merito dei liberali, cara mia. Merito della Rivoluzione francese e del primo Regno d'Italia.

— Io non nego i meriti di nessuno, — replicò la moglie. — Ma è certo che oramai gli Oroboni, anche se governassero loro, non avrebbero più le idee di una volta.... E la miglior prova è che abbiano gettato l'occhio sulla nostra figliuola.

Il commendatore tentennò la testa.

— Non dimenticherai mica la clausola della conversione.

— Sfido io! O che ti formalizzi? Come se a quella, presto o tardi, non ci si dovesse venire!