IX.
—Vuoi?—disse Guido all'amica.
L'orologio della Torre suonò le cinque.
La Teresa accennò di sì col capo.—Per un'ora… Non più. Alle sei o sei e un quarto vorrei essere a casa.
—Comandano due remi?—chiese uno dei barcaiuoli, aiutandoli a montare.
L'ufficiale stava per rispondere affermativamente, ma la Teresa che, veneziana, intendeva meglio la voluttà della gondola, fu pronta a dire:—No, un remo solo.—E ordinò:—Nel canale della Giudecca.
—Brava!—esclamò Guido.—Così non vediamo il Colombo.
—E poi—ella soggiunse con un sorriso fuggevole—accompagniamo il sole.
L'accompagnarono per poco. Per poco la Teresa dovette con l'ombrellino difendersi dai raggi che venivano a batterle in viso; poi il disco luminoso si nascose dietro la linea dell'orizzonte, lasciando dietro di sè un rosso più intenso che digradava via via nel roseo, nell'arancio, nel bianco, nel verdognolo, nel violetto. L'acqua, piena di fosforescenze, beveva avidamente il gran chiarore diffuso; spinta da un braccio invisibile la gondola sembrava cullarsi in un mondo di sogni. Era uno di quei momenti in cui meglio si svela l'armonia del creato, in cui ogni luce ed ogni ombra, ogni suono ed ogni silenzio paiono cospirare ad un fine. E l'uomo sente i vincoli segreti che l'uniscono a tutte le cose, alle più umili come alle più superbe, alle inanimate come a quelle ove più visibilmente palpita e freme la vita.
Con la testa arrovesciata sulla spalliera del sedile di cuoio, con gli occhi socchiusi, la Teresa aspirava da tutti i pori la dolcezza ineffabile di quell'ora.