Quando furono davanti al Cotonificio, un vaporino che veniva da Fusina passò a breve distanza davanti a loro fischiando e sollevando un po' di maretta.
—Ecco, l'incanto è rotto—sospirò la Teresa. E girandosi con mezza la persona verso il gondoliere, disse:—Voltiamo.
—Che fretta hai?—chiese Guido.
—È tardi—ella rispose.
In fatti scendeva il crepuscolo smorzando le tinte, raddolcendo le linee. All'Oriente, rossa ancora degli ultimi riflessi del sole, appariva la luna. Per diminuir la forza della corrente contraria, il barcaiuolo piegò alquanto verso sinistra, avvicinandosi di più alle Zattere. La gondola rasentava i legni ancorati lungo la banchina, piccoli legni per la massima parte di bandiera austriaca, provenienti dalla Dalmazia e dall'Istria. Qua e là un cane, correndo lungo la coperta del bastimento e sporgendosi dalla murata, abbaiava ringhioso, qua e là s'issava sull'antenna il fanale, e il lumicino appena visibile in quell'ora dubbia tra il giorno e la sera, alzandosi in silenzio lungo il canape, dava l'idea di una di quelle fiammelle con cui l'arte ingenua del medio evo raffigurava le anime del Purgatorio.
Una foglia si staccò dalla rosa che la Teresa teneva sul petto e venne a posarsele sul dorso della mano.
—Ah!—diss'ella tirando indietro la mano con un moto istintivo.—Credevo fosse un insetto.
E soffiò via il petalo disperso.
—Anche la mia rosa si sfoglia—notò tristamente Guido.
Chinando il capo ella mormorò:—È così la vita.