Fu per qualche ora inquieta, irascibile; sgridò la cameriera ostinandosi a credere che fosse stata lei ad avvertire il dottore Sauri e a farla passar per malata, e dicendo che non permetteva alla sua servitù di tenerla sotto tutela. Era lei la padrona di casa, se lo ricordassero bene. E per cominciare, rinnovava, nel modo più categorico, l'ordine di non ricever nessuno.
Poi, sola nel suo salotto terreno, sprofondata in una poltrona, ella cadde in un assopimento doloroso. Si scosse ch'era già vicina la notte, balzò in piedi, sonò il campanello. La Luisa le portò il lume, le portò due o tre carte da visita ch'eran state lasciate per lei e un paio di giornali giunti per la posta.
—Comanda altro?
—Sì… allontana quelle rose. Mandano un odore troppo acuto.
—Devo riaccendere il foco in salotto da pranzo?
—Riaccendi… Non fa freddo, ma è umido…
La Luisa s'indugiava; pareva aver un'interrogazione sulla punta della lingua.
—Va, va—le disse la signora.
—Le rose le metto in sala?—chiese la cameriera.
—Sì, sì, dove vuoi—replicò la Teresa,—Spicciati.