A questo punto la signora Dorotea si accorse che le conveniva principiare col vestir sè medesima, e scomparve prima che il professore potesse ringraziarla.
Il professore seguì il consiglio della sua padrona di casa, e tornò nella sua camera alquanto rinfrancato. E invero per pochi minuti egli riuscì ad immergersi nelle sue formule, e vide con soddisfazione gli a + b e i b + a sgorgare spontanei dalla sua penna; ma ad un punto la penna gli si arrestò, i pensieri algebrici gli si confusero ed egli dovette alzarsi dalla seggiola e dare un'occhiata nel gabinetto della sua pupilla.
— Son qua io — disse a mezza voce la signora Dorotea che lavorava di calze vicino al letto della Gilda, ancora addormentata. — Studii, studii... Ho mandato già pel bagaglio... Anzi, mi dia le chiavi.
Il professore obbedì; poi si rimise al lavoro e trovò, continuando nello svolgimento della sua tesi, che a h è uguale a z, ciocchè gli diede infinito conforto, come lo darà certamente ai lettori. Quindi, per distrarsi, egli passò nel suo laboratorio, i cui fornelli erano spenti da circa una settimana, rivide le sue storte che parevano invitarlo a metterle in opera, rivide chiusa in un vasetto di cristallo una sostanza organica di cui egli aveva dieci giorni addietro intrapreso l'analisi, e pensò di ricominciare la delicatissima operazione.
Allorchè egli uscì dal gabinetto, la Gilda, già pettinata e vestita, si trovava nel salotto da pranzo, guardando a bocca aperta una infinità di oggetti di sua conoscenza che la signora Dorotea tirava fuori da una cassa appena giunta. Ma la curiosità benevola della fanciulla si mutò in entusiasmo quand'ella vide emergere dalla cassa una piccola bambola ornata da capo a piedi con la più sfarzosa eleganza: cappellino di seta verde con nastri rossi; corpetto giallo; sottana azzurra; scarpine di raso bianco con una rosetta vermiglia nel mezzo. Ella le saltò addosso come a una vecchia amica, la prese di mano alla signora Dorotea, la baciò in fronte e la chiamò più volte col nome di Mimi. Questo nome le era stato imposto, quando, ancora ignuda e disadorna, giaceva lunghe ore sul letto della signora Elena, che, nei momenti in cui il suo male rimetteva alquanto della sua intensità, lavorava ella stessa ad acconciarla, promettendosi di farne un dì un regalo alla figlia. Poi la bambola era scomparsa, e avendone la Gilda chiesto conto alla madre, questa le aveva risposto: — Sta' tranquilla, che presto o tardi l'avrai.
Intanto la bimba era stata condotta via dal capitano Rodomiti, e per compagna di viaggio ella aveva avuto una pupattola assai più modesta, che s'era rotta prestissimo e aveva finito i suoi giorni nell'Oceano. Nè questa era la sola sorpresa riserbata alla Gilda, poichè si trovarono nella cassa anche due palle elastiche di guttaperca, alcune microscopiche stoviglie di stagno, e un agnello che, opportunamente caricato, apriva la bocca e belava.
Nè certo le previdenze della signora Natali si erano fermate ai balocchi di sua figlia. Era un corredo piccolo, ma compito, quello ch'ella aveva fatto riporre nella cassa e di cui ella aveva steso di proprio pugno l'inventario negli ultimi giorni che precedettero la partenza della fanciulla. A veder quel documento s'indovinavano le sofferenze del corpo e dell'anima della povera donna, tanto la scrittura ne era incerta e confusa. In un punto ella aveva interrotto il suo lavoro, perchè uno spasimo fitto l'aveva colta; in un altro le era stato forza di sospenderlo, perchè le lagrime le avevano fatto velo agli occhi.
La signora Dorotea, sciorinata ch'ebbe la roba sopra una tavola, inforcò le sue grosse lenti e prese in mano l'inventario, verificando ogni cosa. Tutto era in pieno ordine, e la signora Salsiccini, da buona massaia, non potè a meno di ripetere più volte: — La sorella del signor professore deve essere stata una gran brava donna; proprio una donna a modo.
Intanto la Gilda, che aveva già la sua dose di vanità, di tratto in tratto abbandonava la sua bambola dal cappello verde, il suo agnello belante, la sua cucina di stagno, e veniva a pavoneggiarsi davanti a quella biancheria e a quei vestitini che ella sapeva esser suoi. Naturalmente non era tutta roba nuova, ed ella riconosceva ora un nastro, ora una sottana, ora una cintura che aveva portato quand'era in casa. Talvolta le si destavano in mente altri ricordi. Quell'abito bigio coi fioretti celesti ella non lo aveva mai indossato, ma ne aveva visto uno dell'identica stoffa intorno a sua madre. E allora quella parola che i bambini pronunciano prima di tutte, e che solo una grande sventura può far loro disimparare — mamma — veniva sui suoi labbretti di corallo. — La mamma — ella diceva, alzando verso la signora Dorotea e verso lo zio Aldo i suoi occhi belli ed intelligenti e toccando l'abito bigio col suo piccolo dito. E poi si guardava intorno come se un uscio dovesse aprirsi e la sua mamma correrle incontro. No, povera Gilda, la tua mamma non la vedrai più.
Poco prima delle dieci il dottore Romualdo si accorse che si avvicinava l'ora della sua lezione. Egli uscì di casa frettoloso, e dopo esser passato in un negozio a farsi mettere il bruno al cappello, si avviò all'Università, tutto confuso in anticipazione pensando alle mille domande che gli sarebbero indirizzate e alle spiegazioni che dovrebbe dare.